Finanza - Economia

“Soldi Rubati” in seconda serata

Riprendo sul blog il mio articolo pubblicato su ComunicLab, il magazine della Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza di Roma.

L’irrompente ingresso di questioni economiche nei primi pensieri degli italiani porta ovviamente ad un maggiore interesse da parte degli utenti dell’informazione per queste tematiche. Come una buona emittente televisiva dovrebbe fare, e come altre non hanno fatto, almeno non in questo modo, La7 ha deciso di mandare in onda due puntate di un nuovo format, dal titolo “Soldi Rubati”. L’esplicito riferimento è al libro edito da Ponte alle Grazie, e scritto da Nunzia Penelope, giornalista de Il Foglio, chiamata proprio a condurre la trasmissione, affiancata da Marco Fratini, caporedattore a La7, anche lui autore (con il collega Lorenzo Marconi) di libri molto apprezzati sul tema, quali “Vaffanbanka”, “Vaffankrisi”, e l’ultimo “Mutande di ghisa”.

Proprio considerando il ritorno in voga dell’economia, resta l’interrogativo sul perché una tale trasmissione, che si poneva l’obiettivo di analizzare temi più o meno complicati con parole comprensibili ad un vasto pubblico, sia stata mandata in onda in seconda serata, in una fascia cioè in cui l’utenza non può raggiungere una considerevole ampiezza. La prima puntata è andata in onda martedì 15 novembre alle 23:10, la seconda, invece, allo stesso orario, il 22 dello stesso mese. Fortunatamente oggi c’è il web e chi non è riuscito a seguirle in diretta può sempre ricorrere alla Rete per vederle e rivederle.

Per un appuntamento del genere è più che doveroso che siano i numeri a parlare. Bene, uno dei primi dati a colpire, tra i tanti forniti dagli autori, è quello che riguarda il peso di alcune illegalità rispetto ai costi della politica. I due conduttori, Fratini e Penelope, tendono a sottolineare quanto sia onnipresente nel dibattito pubblico recente il tema degli sprechi e dei privilegi della classe dirigente del nostro Paese. Ciò a discapito di altre voci che hanno un’influenza ben maggiore. Incrociando alcune fonti quali Confcommercio, Corte dei Conti e Istat, è possibile calcolare che la casta politica costa ad ogni cittadino 150 euro all’anno. Alle voci corruzione ed evasione, invece, corrispondono rispettivamente la cifra di 1.000 e 2.000 euro. Sommando tali cifre, quindi, e moltiplicandole per 10 anni, si arriva ad un totale di 1.800 miliardi, una somma tanto più considerevole se si considera che il nostro debito pubblico si avvicina ai 1.900 miliardi.

Ciò che sembra mancare, allora, è la volontà politica di affrontare questioni del genere, forse perché ci sono troppi interessi in ballo. Paradossalmente la classe dirigenziale preferisce essere accusata di essere una casta, piuttosto che sottolineare nella discussione pubblica quanto siano in realtà altri costi a determinare un grave deficit nazionale. Gli ospiti presenti in studio il 15 novembre non si sono limitati a fotografare lo scenario attuale ma hanno teso anche a fornire delle soluzioni.

Sia l’economista Alessandro Penati, sia il direttore centrale dell’accertamento dell’Agenzia delle Entrate, Luigi Magistro, hanno sottolineato quanto sia necessaria una buona comunicazione dietro un’azione rivolta alla diminuzione dell’evasione fiscale.Secondo il primo esperto, infatti, bisogna stabilire “un livello di pressione fiscale obiettivo per l’intero Paese e poi utilizzare ogni eccesso di ricavo da parte del Governo, restituendolo direttamente ai cittadini sotto forma di minori imposte, a partire da quelle sul lavoro”. In questo modo si darebbe la percezione diretta e immediata dei benefici che il Paese potrebbe avere dalla lotta all’evasione fiscale. “Si può e si deve trovare – sostiene Penati – un appoggio nell’intera popolazione”.

Alla stessa conclusione giunge Magistro, secondo cui l’obiettivo vero a cui l’Agenzia deve giungere non è quello persecutorio nei confronti dei cittadini, ma sta tutto nel concetto di “compliance” (di cui subito i due conduttori invitano a chiarire il significato, in termini comprensibili non solo per gli esperti), cioè quell’adeguamento spontaneo dei contribuenti, quella convinzione a pagare le tasse come civilmente si dovrebbe fare, e a vivere i controlli non come persecuzione nei loro confronti, ma come iniziativa utile al benessere di tutti. L’aumento di controlli da parte dell’Agenzia ha permesso nel 2009 di recuperare più di nove miliardi di euro, giunti a dieci nell’anno successivo e con lo stesso incremento previsto per il 2011.

Giustamente Fratini chiede al consigliere della Corte Suprema di Cassazione, Piercamillo Davigo, le ragioni della sottovalutazione della corruzione e dell’evasione nel dibattito pubblico. Il Magistrato chiama in causa un fattore culturale: “In Italia – sostiene Davigo – non si è abituati a pensare che la devianza delle classi dirigenti sia almeno altrettanto, se non più pericolosa, di quella delle classi marginali. Noi chiamiamo ladro chi ci ruba la bicicletta o chi ci scippa per strada, mentre chiamiamo disonesto l’amministratore del condominio che ci deruba, magari facendo la cresta sulle forniture”. Il consigliere invita a riflettere su quanto sia fuorviante concentrare le proprie attenzioni quasi esclusivamente sulla microcriminalità. “Quando ci fu a Milano il processo per l’aggiotaggio Parmalat, c’erano 40 mila parti civili, cioè 40.000 vittime che volevano essere risarcite. Questo per dire, quanto ci impiega uno scippatore per fare 40.000 vittime, e a fare un bottino di quindici miliardi come ha fatto Tanzi?”.

La tesi culturale viene rafforzata dalla regia con un exemplum negativo: un intervento di Silvio Berlusconi del 17 febbraio 2004: “Se lo Stato mi chiede il 50 e passa per cento, sento che è una richiesta scorretta, mi sento moralmente autorizzato ad evadere, per quanto posso, questa richiesta dello Stato”.

Lo slogan della seconda serata è stato “Guardie sempre più povere e ladri sempre più ricchi”. Sia con la video-copertina iniziale, sia con i successivi interventi, si è posto inizialmente l’accento sulle condizioni in cui versano le forze dell’ordine, costrette a non poter utilizzare delle autovetture perché ferme presso le carrozzerie, oppure per l’impossibilità di pagare un pieno di benzina; in un servizio vengono mostrate anche le immagini degli scontri a San Giovanni, a Roma, tra poliziotti e studenti, in cui i tutori della legge non avevano il personale adatto e le attrezzature idonee a fronteggiare un tale pericolo.

Nunzia Penelope è rimasta colpita dalle dichiarazioni della guardia rimasta bloccata nel blindato in fiamme, in cui sosteneva che lui e i suoi colleghi erano stati presi alla sprovvista perché, normalmente, quando ci sono queste grandi manifestazioni a rischio, la DIGOS va in giro per l’Italia a fare delle missioni, per cercare di capire che cosa ci possa arrivare. Quella volta però non c’erano stati i soldi per pagare missioni del genere.

Per quanto riguarda la sezione “ladri arricchiti” durante la trasmissione vengono confuse a volte due categorie di ladri a cui si vuol fare riferimento.

La prima è quella dei grandi imprenditori o banchieri che hanno semplicemente derubato lo Stato. In un servizio si fa riferimento al tesoretto di 340 milioni ottenuto dai patteggiamenti e dai sequestri giudiziari, verificatisi in seguito al caso Bancopoli e soprattutto all’arresto di Gianpiero Fiorani e gli altri “furbetti del quartierino”.

Quella somma di denaro avrebbe fatto gola ai due Governi in carica durante quegli anni: prima a quello di Romano Prodi, il quale aveva pensato, in ritardo a causa della sua successiva caduta, di utilizzarla per un piano nazionale per gli asili; poi quello di Berlusconi, il quale li ha poi effettivamente utilizzati per rendere possibile l’abolizione dell’Ici.

La giustizia, tuttavia, riuscirebbe a rimpinguare le casse dello Stato soprattutto con le intercettazioni, che, diversamente dall’opinione corrente dei politici nostrani, sarebbero un investimento e non un costo. “Negli Stati Uniti – sostiene Cataldo – le persone intercettate nel 2010 per i soli reati economici sono state 268mila , il 26% in più rispetto all’anno prima. In Italia nello stesso periodo le utenze poste sotto controllo sono state meno di 120mila per un costo complessivo di 268 milioni di euro, ma il bottino recuperato dalle procure è stato di 4 miliardi di euro, un rendimento che neppure l’investimento più spericolato in Borsa potrebbe garantire”. Dati tratti dalla Relazione del 2010 dell’ex ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

La seconda categoria di ladri a cui si fa riferimento nella puntata è quella che riguarda chi opera in ambienti mafiosi. Come ricorda Fratini il fatturato della criminalità organizzata nel nostro Paese vale 135 miliardi di euro, una cifra importante paragonabile con il fatturato delle prime tre società più note quotate in borsa: Eni, che vale 83 miliardi, Enel, che ne vale 62 e Fiat che ne vale 50. Ecco perché il “Crimine Spa”, come lo definiscono gli autori, deve essere considerato un colosso economico. Quelli mafiosi, secondo Ivan Lobello, Presidente della Confindustria di Sicilia, sono capitali che “rappresenterebbero un fenomeno di distorsione enorme della concorrenza e del mercato, quindi avrebbero l’effetto di inquinare l’economia legale e nel contempo di mettere fuori gioco, fuori del mercato, le imprese sane che ricorrono al finanziamento mafioso”.

Gli autori di “Soldi Rubati” hanno fatto bene a chiamare in studio anche Giancarlo Caselli, capo della Procura di Torino, uomo di giustizia che ho potuto portare la propria esperienza diretta di cosa voglia dire lavorare per lo Stato e per i cittadini. Protagonista dell’inchiesta contro i clan della ‘ndrangheta calabrese, denominata “Minotauro”, che ha portato a colpire 150 persone con la custodia cautelare e soprattutto al sequestro preventivo di immobili appartenenti alle cosche, per un valore complessivo di 117 milioni di euro.

Interessante, infine, lo slogan con cui il Presidente aggiunto all’ufficio del Gip al tribunale di Milano, Claudio Castelli ha concluso la serata: “Mettiamo le mani in tasca ai criminali, non in quelle dei cittadini”.

Con la conclusione di questo doppio appuntamento televisivo, si ha la sensazione che quello di “Soldi Rubati” sia un progetto lasciato incompiuto. Dal punto di vista dei contenuti, la seconda puntata ha trattato degli argomenti particolari, quali la sicurezza e la giustizia, che hanno fatto sembrare quelli precedenti, la corruzione e soprattutto l’evasione fiscale, come i grandi temi del format. In pratica la seconda parte di questo programma è sembrata piuttosto un’appendice della prima.

Chissà allora che La7 non ci ripensi e consideri la possibilità di offrire un servizio pubblico, utile a tutti, ad una platea più vasta e sempre più interessata a capire qualcosa in più su come andrà a finire con questa crisi.

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