Attualità

Achtner al Tg1: un’ardua scommessa da sostenere

Per chi naviga nel web e nei social network era una notizia già nota. Per alcuni grandi media resta invece ancora una novità, o forse un qualcosa da non far sapere. L’auto-candidatura di Wolfgang Achtner a direttore del Tg1 è stata ufficializzata l’11 gennaio a Roma, presso la sede dell’Associazione stampa estera, in via dell’Umiltà (un nome che è tutto dire, considerando che ospita la sede operativa di un noto partito che di umile a volta ha ben poco).

Il giornalista di origini americane ha letto la lettera inviata al Presidente della Rai, Paolo Garimberti, e ai componenti del Consiglio di amministrazione, in cui si candida a ricoprire il ruolo che prima era di Augusto Minzolini e che ora, seppur ad interim, è di Alberto Maccari. Una proposta seria che si basa su due pilastri: la politica fuori dalla Rai e la rivoluzione del modo di fare informazione televisiva.

Sul primo punto, nessuna novità: in pratica sono tutti a sostenere che l’invadenza dei partiti nelle logiche non solo amministrative, ma persino editoriali, della Rai è storica ma soprattutto è ormai insostenibile. Anche Gianluigi Paragone, ex direttore di Libero e La Padania, vicedirettore del Tg2, “uomo della Lega” secondo alcuni, aveva litigato con Giorgio Stracquadanio su questo argomento. Anche gli stessi giornalisti interni all’azienda sono contrari al potere decisionale dei gruppi parlamentari. E se andassimo a verificare, persino gli esponenti politici sarebbero pubblicamente contrari, salvo poi accordarsi diversamente nelle stanze segrete.

La questione è molto sentita non solo tra i professionisti dell’informazione e della politica, quanto soprattutto tra i cittadini attivi, rappresentanti dei più svariati movimenti, in costante ricerca di un senso di (ri)costruzione civica che a volte in Italia sembra si sia perso. Proprio questi raggruppamenti sono quelli che per ora stanno maggiormente appoggiando la proposta e infatti ad organizzare l’incontro di ufficializzazione era il MoveOn italiano, ispirato al più noto americano, che ha contribuito alla vittoria alle elezioni presidenziali di Barack Obama. Il loro rapporto con Achtner dovrebbe essere bidirezionale: il redattore televisivo ha cercato il loro sostegno per la propria candidatura, il movimento lo appoggia in risposta al loro già esistente progetto “La Rai ai cittadini”. Peccato che nel comunicato stampa fornito nel giorno della presentazione, si parli per due pagine di MoveOn e per due righe di Achtner.

Il reporter ha ottenuto il loro aiuto soprattutto grazie al fatto che egli si presenta come uomo lontano dai giochi politici, senza quindi alcun onorevole dietro le spalle a dargli man forte. L’uomo ideale, quindi, per iniziare a modificare radicalmente la modalità di assunzione nell’azienda televisiva. Un ente pubblico dove non c’è alcun tecnico, autista, giornalista, dirigente che non abbia firmato un contratto senza aver avuto prima un appoggio politico. Eccezion fatta per quei pochi assunti grazie a dei concorsi pubblici che non vengono indetti, inoltre, già da tempo. Achtner, quindi, rappresenterebbe al meglio l’imporsi di un principio di scelta dei dipendenti basato sul merito, sulle competenze e sulle conoscenze, piuttosto che sulle raccomandazioni di qualche potente.

E Achtner, senza alcun dubbio, meriterebbe quel ruolo, dal momento che il suo curriculum dimostra quanto effettivamente sia davvero competente nel suo mestiere. Lo dimostrano le numerose collaborazioni con testate televisive straniere come corrispondente dall’Italia e dal Vaticano. Lo dimostra il suo libro “Il reporter televisivo. Manuale pratico per un giornalismo credibile e di (buona) qualità”, uno dei pochi manuali in Italia sul giornalismo televisivo. Lo dimostra, infine, la sua attività di docente presso Università e scuole di giornalismo.

Se ci si fermasse qui, la sua candidatura sarebbe da votare ad occhi chiusi. Ciò che spesso, invece, viene preso poco in considerazione è il secondo pilastro su cui si basa tale proposta. Achtner ha sempre criticato con parole pesanti il modo di fare informazione televisiva nel nostro Paese. Spesso si è scagliato contro quelli che consideriamo i guru del telegiornale nostrano, al punto di inimicarseli. L’informazione tv italiana sarebbe tutta da buttare, senza eccezioni. Lo ha fatto nel 1996 nel suo libro, lo ha fatto in questa intervista del 2002, lo fa nelle sue lezioni e lo fa ancora oggi nei suoi discorsi pubblici, spesso utilizzando proprio le stesse parole e le stesse argomentazioni.

Certo verrebbe da pensare: non è che ci voleva un mago per criticare i Tg di Rai e Mediaset. Tutti sanno che la nostra è un’informazione al ribasso, basata sull’audience piuttosto che sull’eccellenza tecnica e su una concezione di servizio pubblico. Basti pensare quanto poco spazio ha nei palinsesti Rai l‘informazione parlamentare, cioè quella che descrive le scelte effettive che i nostri rappresentanti compiono. È facile pensare che non è un buon giornale quello che si occupa di cani, cucina e oroscopo, piuttosto che dei problemi veri degli italiani. Non è un servizio per i cittadini quello che, come sostiene lo stesso Achtner, mostra le facce dei politici e non la vita alle spalle dei Palazzi.

Quello che il reporter in questione propone è, però, un cambiamento proprio a livello tecnico nel modo di fare servizi. Questi dovrebbero ad esempio tendere ad essere piuttosto dei documentari o trattare di tutti quegli argomenti che oggi non trovano spazio nei Tg. Una rivoluzione, quindi, che dovrebbe cambiare il telegiornalismo italiano secondo il cosiddetto modello angloamericano, diffuso in tutto l’Occidente.

A sentire questi propositi, viene alla mente che Achtner è americano e come molti suoi connazionali ha una fissa: il modello socio-culturale degli Stati Uniti è perfetto e quindi va esportato in tutto il mondo. Sembra di avere a che fare con Bush quando impose a Usa ed Europa, ma soprattutto al Medio-Oriente, l’esportazione della democrazia in quegli Stati dove erano diffusi regimi dittatoriali. Forse potrebbe essere una lunga “guerra” quella di imporre agli italiani un modo di fare giornalismo diverso da quello a cui sono abituati. Potrebbe essere un esperimento dai dubbi risultati, che finora non ha avuto neanche un’esperienza-pilota tale da poterne considerare effettivamente il potenziale successo. Potrebbe essere una scommessa, ma parlarne come un obbligo da imporre perché è il “migliore” ha un che di presuntuoso. L’errore, inoltre, a cui spesso si presta Achtner è quello di presentare, troppo spesso, come termine di paragone, contro lo “schifo” dell’informazione italiana, non i servizi del modello angloamericano, ma solo i propri. Il che potrebbe far sorgere il dubbio legittimo per cui più che a tale modello, ci si trovi di fronte al modello “achtneriano”. L’invadente presenza degli “Io” e dei verbi in prima persona singolare nei suoi discorsi non fa altro che rendere meno efficace la pur giusta critica al nostro video-giornalismo. Un vizio di forma che si unisce ad una altrettanto fastidiosa abitudine relazionale, che lo accomuna tra l’altro ai vecchi volponi della politica: non far finire di parlare l’interlocutore, soprattutto quando questo sta facendo una critica (fortunatamente sto scrivendo questo articolo e non ne sto parlando a voce, altrimenti avrei potuto essere zittito già da tempo).

Detto ciò, la candidatura di Wolfgang Achtner va sostenuta per diversi motivi.

Perché all’interno della Rai nessuno sarebbe attualmente credibile, proprio perché chiunque ha con sé degli scheletri politici nell’armadio. E se anche fossero i più preparati e i più meritevoli avrebbero dalla loro un legame con la politica che li rende oggi poco appetibili agli occhi degli italiani.

Perché, se si dovessero considerare le auto-candidature, quelle finora pervenute sono appunto quella di Achtner e quella di Michele Santoro, giornalista bravo quanto si vuole ma forse fin troppo “partigiano” in un periodo di “tecnici” al potere.

Perché il corrispondente americano ha alcuni difetti, ma soprattutto tanti pregi personali e meriti professionali da fare invidia a molti suoi colleghi italiani. E perché quindi nello scenario giornalistico non ci sono molte alternative alla sua altezza.

Infine perché Achtner saprebbe fare il direttore di un video-giornale. Sarebbe una risposta all’annosa critica per cui a fare i direttori del Tg1 sono giornalisti provenienti dalla carta stampata e che quindi di televisione capiscono ben poco.

Sarebbe una vera rivoluzione. E come sostiene Wolfgang: «Si cambia ora o mai più».

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  1. Pingback: Per chi naviga … « fred - gennaio 16, 2012

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