Attualità

Facebook, megafono di odio o strumento di civiltà?

Questo è un mio articolo pubblicato su International Post:

(www.internationalpost.it/archives/4112

La storia del nostro Paese insegna: nei periodi di crisi di legittimazione delle istituzioni politiche ed economiche è facile che nella società aumenti il pericolo che scoppino episodi di violenza. L’indebolimento di una democrazia è dovuto anche ad uno scollamento nei legami civili tra gli individui. E spesso a farne le spese sono particolari categorie sociali, ritenute minoritarie o comunque da disprezzare.

È il caso, ad esempio, degli omosessuali, degli ebrei o degli immigrati.

Nelle ultime settimane i media hanno portato alla luce tre casi eclatanti di intolleranza e sprezzo proprio nei loro confronti. Protagonisti in negativo ne sono stati politici e insegnanti, proprio quelle particolari figure ontologicamente tenute a dare il buon esempio. Almeno in un Paese che si definisce “civile”. Caratteristica su cui a volte si può dubitare nell’assegnarla all’Italia.

Se sul corpo docenti nostrano non dovrebbe esserci discussione, la classe dirigente, invece, ha dato più volte dimostrazione di non essere all’altezza del suo ruolo. Senza voler assolutamente generalizzare, in diverse occasioni, e di certo non solo in tempi recenti, i politici hanno rilasciato dichiarazioni o avuto comportamenti davvero deprecabili.

Giuseppe Ripa, ad esempio, assessore ai trasporti del Comune di Lecce, ha criticato il Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. Poiché fa parte del PdL, partito avverso a quello del Governatore, non dovrebbe esserci nulla di cui meravigliarsi. Colpisce, invece, il modo in cui egli ha etichettato il segretario di SeL, definendolo «signorina» e poi sostenendo che «in natura esistono solo due tipi di generi umani: l’uomo e la donna. Il resto viene classificato scientificamente come “turbe della psiche”». Un’affermazione duramente condannata dalla comunità omosessuale ma soprattutto da rappresentanti del mondo politico di tutti gli schieramenti, persino dagli stessi colleghi di partito di Ripa. Il quale ha poi cercato di difendersi: «Le mie parole sono state fraintese, chiedo scusa al presidente Vendola e riconosco di essermi fatto trascinare nel dibattito affermando cose che non appartengono alla mia cultura e non penso». Difficile credergli, ma almeno ha avuto il coraggio di dimettersi.

Chi invece continua a restare al suo posto è il consigliere comunale della Lega, Mauro Aicardi, eletto ad Albenga, nel Savonese. È bastata una rissa tra immigrati per fargli dichiarare quale potrebbe essere la soluzione definitiva al “problema”: «Ci vogliono i forni». Anche in questo caso erano arrivate repentine le scuse per quanto affermato, in quanto il leghista non voleva «essere offensivo». Si sarebbe trattato, infatti, solo «di una battuta di pessimo gusto, frutto dell’esasperazione e non rappresenta in alcun modo quello che è il mio pensiero né quello del mio partito di riferimento». La Lega ha poi difeso Aicardi ed è forse proprio per questo motivo che il consigliere non si è dimesso.

Altro episodio di violenza verbale si è verificato a Torino. Stavolta a prendersi un’accusa di istigazione all’odio razziale è stato un docente di filosofia che insegnava nel liceo “D’Azeglio” di Torino. Renato Pallavidini era già salito agli onori delle cronache nel 2007, quando genitori, insegnanti e studenti di un altro liceo torinese, in cui lavorava precedentemente, lo avevano denunciato per le sue teorie negazioniste sui campi di sterminio nazisti e per aver perpetrato numerose offese nei confronti degli ebrei. Stavolta, invece, se l’è presa prima con gli stranieri che stavano spacciando droga sotto la sua abitazione, asserendo che con loro avrebbe fatto volentieri il “tiro al segno” e poi ha minacciato di fare una strage nella sinagoga di Torino. A decidere se licenziarsi o meno dal proprio posto di lavoro, dopo le molteplici polemiche, non è stato però Pallavidini ma il preside del liceo dove insegnava. Secondo Francesco De Sanctis, infatti, non tornerà dietro la cattedra poiché «nelle aule devono esserci professori equilibrati, e Pallavidini ha dimostrato di non esserlo».

Tre episodi che hanno segnato la fine del 2011 e l’inizio del nuovo anno di certo non all’insegna della civiltà. Storie molto differenti tra loro, per la posizione geografica, per i protagonisti e i ruoli che ricoprivano, per le accuse lanciate. Ad accomunarle, tuttavia, è il fatto che tutte si sono verificate su Facebook, la piazza virtuale più frequentata dagli italiani. Il social network i cui utenti a volte dimenticano di essere in un luogo quasi “pubblico”, visibile ad un numero sempre più ampio di persone, tra le quali si celano anche i giornalisti. Proprio loro hanno trovato su questo sito un mondo da esplorare alla ricerca di ulteriori elementi per le loro notizie. Dichiarazioni come quelle rilasciate dai tre “sprovveduti” hanno rappresentato ovviamente una ghiotta occasione per le loro penne. E quando si alza il polverone mediatico diventa difficile gestire una situazione che si considerava probabilmente privata e che invece raggiunge un’eco sorprendentemente vasta.

L’incomprensione, l’insofferenza, a volte anche l’odio, verso le minoranze, sensazioni che da sempre hanno caratterizzato gli animi di alcuni uomini, trovano oggi una nuova dimensione in cui possono rendersi esplicite. Tuttavia devono confrontarsi con l’enorme pubblicità che questi strumenti informatici offrono ai contenuti veicolati.

Ecco allora che una piazza pubblica può benissimo fungere da deterrente per il diffondersi di parole, atteggiamenti e comportamenti che devono essere considerati sì come reati ma anche e soprattutto come acerrimi nemici di quella che dovrebbe essere la civiltà di un Paese.

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