Politica

Scontro sempre più acceso in casa leghista

Articolo tratto da International Post.

“Chi spera in una Lega divisa e dà ascolto a intermediari confusionali rimarrà deluso”. È con queste parole che Umberto Bossi ha voluto mettere fine alle recenti diatribe in casa leghista. Ma chi sarebbe a nutrire quelle speranze? E soprattutto, si tratta davvero di una semplice speranza o piuttosto è una dura realtà da affrontare?

 

Se si parla di compattezza e unitarietà riferendosi ai partiti oggi presenti in Parlamento, di certo non ci si può riferire al Popolo della Libertà o al Partito Democratico, quanto piuttosto ai loro ex alleati di maggioranza ed opposizione, Lega Nord e Italia dei Valori.

 

Ciò vale in particolar modo per i secondi (finora), perché non si può certo dire altrettanto dei leghisti. Anche se è dall’estate dello scorso anno che si sta assistendo ad un lento e graduale disfacimento tra le camicie verdi, solo negli ultimi mesi lo scontro tra alcune diverse anime del gruppo si è fatto davvero acceso.

 

Scadendo a volte nel ridicolo: secondo voci interne al partito, la contrapposizione tra Roberto Maroni e Umberto Bossi sarebbe giunta al punto tale che le segreterie provinciali organizzerebbero pullman gratuiti per assistere ai comizi dell’ex ministro dell’Interno, mentre farebbero pagare quelli per le manifestazioni del Senatur.

 

A scatenare le polemiche non è una presa di posizione contro il leader, ma una generale avversità da parte della base leghista, la quale non vede di buon occhio i suoi più stretti consiglieri. Il rapporto tra i vertici e gli elettori è sempre stato fondamentale in un movimento come la Lega, caratterizzato da una fiducia incontrastata verso il Grande Capo. Se costui, quindi, inizia a non comprendere più i venti che attraversano il mondo che ha creato, viene a mancare quel collante che teneva unito il partito. E la Lega rischia di perdersi in battaglie interne che la rendono più simile ad una certa Dc o ad un più recente Pd.

 

La galassia leghista è sempre stata divisa tra diverse fazioni, in lotta tra di loro per accaparrarsi le simpatie del segretario. Ora che invece il carisma di quest’ultimo è in fase calante, sembra siano in lotta per raggiungere la leadership.

 

Il Carroccio è quindi diviso in due grandi tronconi. Da una parte c’è  il cosiddetto “cerchio magico”, cioè fedelissimi e parenti di Bossi, che hanno instaurato con lui una particolare vicinanza politica in seguito all’ictus cerebrale che lo ha colpito nel 2004. Fanno parte di questo gruppo, oltre ovviamente al figlio Renzo Bossi e alla moglie Manuela Marrone, anche la vicepresidente del Senato, Rosy Mauro, e il capogruppo dei deputati, Marco Reguzzoni.

 

Dall’altra parte, invece, c’è la folta schiera dei “maroniani”, coloro cioè che si sentono sempre più vicini alle posizioni prese dall’ex ministro. Tra questi si annoverano diversi esponenti di spicco, dall’ex collega di Governo, Roberto Calderoli, al sindaco di Verona, Flavio Tosi, dal presidente della Regione Piemonte, Roberto Cota, all’europarlamentare Matteo Salvini. Posizioni più defilate, ma comunque non propriamente “bossiane”, sono quelle del Governatore veneto, Luca Zaia, e del senatore Roberto Castelli.

 

Lo scontro tra le due anime è iniziato nel giugno dello scorso anno, quando la truppa di Maroni criticò la scelta di Bossi di confermare nuovamente come capogruppo alla Camera il “cerchista” Reguzzoni e non il maroniano Giacomo Stucchi. Ben 49 dei 59 deputati verdi ritenevano giusto cambiare il loro portavoce, ma alla fine è prevalsa la linea del segretario.

 

Da allora il partito si è presentato in pubblico più unito che mai, ma evidentemente i dissapori interni erano rimasti. Solo poche settimane fa, infatti, sono sorte nuove polemiche. Si è iniziato con la scelta della Lega, pronunciata da Maroni, di votare contro l’arresto del deputato del Pdl, Nicola Cosentino. Una decisione smentita il giorno dopo da Bossi, che lasciava libertà di voto ai suoi onorevoli. Dal voto segreto, che ha poi salvato l’ex coordinatore del PdL campano, è risultato che quasi la metà del gruppo ha voluto difenderlo. Ciò vuol dire che ancora una volta Bossi ha fatto un favore a Berlusconi, chissà a quale prezzo.

 

Maroni, invece, ne è uscito sconfitto ma, in base alle sue successive dichiarazioni, non è la sua posizione a preoccuparlo, quanto le aspettative della base leghista, la quale pensava di poter sancire il definitivo distacco dal Cavaliere e dai limiti che la sua alleanza imponeva.

 

Passano alcuni giorni dal caso Cosentino che giunge quella che in seguito il diretto interessato definirà “una fatwa”: direttamente da Bossi, infatti,  è arrivato l’ordine di sospendere tutti gli impegni pubblici dell’ex inquilino del Viminale. Un duro colpo per Maroni che tuttavia ha ricevuto un massiccio quanto inaspettato appoggio dai simpatizzanti della Lega su Facebook. Forte di questo sostegno, sempre sul social network, ha comunicato la sua intenzione di andare contro l’imposizione, venuta dall’alto e ritenuta ingiusta. La base del partito, quindi, sarebbe dalla sua parte, tanto che le varie organizzazioni locali e provinciali, per tutta risposta, hanno iniziato ad invitarlo più frequentemente a comizi, riunioni e convegni.

 

Maroni ha poi avuto occasione di spiegare le ultime vicende che lo hanno visto coinvolto su una delle poltrone mediatiche della politica, quella di Che tempo che fa. Da Fabio Fazio ha sottolineato non solo l’impossibilita di fare ricorso contro una tale decisione, tra l’altro non prevista dalla statuto leghista, ma soprattutto che la reazione venuta dal basso ha fatto sì che Bossi ritirasse il divieto. In base a quanto egli stesso ha raccontato, nella telefonata chiarificatrice con Bossi, il Senatur avrebbe sostenuto di non essere affatto a conoscenza della questione.

 

Ovviamente non ci è dato sapere se effettivamente nella Lega sia tornata la pace. Date le premesse verrebbe da pensare al contrario. Lo scontro tra i due tronconi che la compongono non può essere ridotto semplicisticamente ai rapporti ultimamente deterioratisi tra il fondatore e il suo delfino. Non è soltanto una lotta per il potere. Si tratta, in realtà, di due differenti visioni del modo in cui il partito deve fare politica.

 

Da un lato Bossi resta ancora attaccato ad una Lega di governo, saldamente vicina a Berlusconi e Alfano, quindi ancora coinvolta nei giochi di do ut des con i pidiellini. Dall’altro lato, invece, sta prendendo sempre più piede la Lega di opposizione, quella contraria al Governo Monti, che cerca di fare attenzione alle richieste dell’elettorato leghista che si sente ancora e sempre più lontano dagli intrallazzi burocratici ed economici dei Palazzi. Un partito che cerca quasi di tornare alle origini, quando il Cavaliere era un semplice politico e non un alleato. Un partito, tuttavia, che fa fatica ad uscire dalla precedente esperienza.

 

Maroni, ad esempio, dovrebbe spiegare come mai l’opinione leghista sul sottosegretario del Governo Berlusconi, Cosentino, è diversa ora che il cittadino casalese è un semplice deputato. O meglio, ora che gli accordi governativi con il PdL non hanno più alcun valore. Se “Nick O’Mericano” avesse avuto davvero rapporti con la camorra, come chiedono di dimostrare i Pm napoletani, la richiesta di arresto avrebbe dovuto essere votata già in passato e non solo ora che le alleanze politiche sono svanite.

 

Maroni dovrebbe chiarire meglio come la Lega intende proseguire nel rapporto con l’attuale maggioranza parlamentare e soprattutto se intende davvero presentarsi da sola alle prossime elezioni e non in compagnia degli amici di un tempo, come invece sembrerebbe intenzionata a fare l’ala che fa riferimento a Bossi.

 

Domande, queste, a cui i rappresentanti del Carroccio dovrebbero dare una risposta, non solo a se stessi ma soprattutto ai militanti e simpatizzanti della Lega che hanno finora fatto la fortuna del partito.

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