Politica

Boccale di birra batte Faruk

(Luca Mattei)

Articolo tratto da Osservatorio Mediamonitor Politica 

Il marketing virale è già di per sé una scommessa, ma la posta in gioco aumenta se viene associato alla politica e in particolare al centro-sinistra. La campagna elettorale del Pd sembra essersi rivelata un vero flop, almeno per gli internauti che hanno avuto modo di commentarla, non molti in realtà. Per fortuna dei Democratici, tuttavia, sono comparse alcune foto del segretario Pierluigi Bersani che, involontariamente, hanno ridato lustro ai dirigenti. Hanno donato loro un’aura di simpatia ed empatia con i cittadini a cui si erano rivolti per farli entrare nel proprio partito.

Tutto è iniziato nei primissimi giorni di gennaio, quando Roma è stata invasa da manifesti, buona parte dei quali abusivi, in cui si potevano leggere domande come: “Conosci Faruk?”, “Conosci Eva?”. Frasi scritte con un carattere moderno e accattivante, poste su sfondi diversi dai colori raggianti e accompagnate, nella parte bassa del manifesto, da un invito: “Cercalo(/a) su Facebook www.facebook.it/imiei”.

Chiunque fosse andato effettivamente a curiosare sul social network, avrebbe trovato una frase mistica che non faceva intendere molto: “Eva, Faruk, Luciano e Serena. Hanno passioni diverse, ma una cosa in comune? Cosa?”. Una delle prime attività di “Conosci i miei?” è quella di scrivere sulla bacheca della pagina ufficiale del Partito Democratico: “Faruk si chiede quando andrà in pensione, Eva vorrebbe tanto poter accendere un mutuo per comprarsi una casa, Serena ieri ha fatto la Befana. Persone diverse e preoccupazioni diverse, ma con qualcosa in comune. cosa?”. Il mistero, certo, si infittisce, ma il fatto che si siano rivolti primariamente ad uno specifico interlocutore politico avrebbe potuto far sorgere qualche dubbio. Qualche indizio (non molto rivelatore) viene dalla seconda tornata di immagini: “Conosci Faruk?” accompagna il Colosseo, “Conosci Luciano?” primeggia sul Vesuvio, e “Conosci Eva?” si accompagna al Duomo di Milano.

A svelare l’arcano il 12 gennaio è Cristiana Alicata, giovane dirigente del Pd laziale, che scrive sul sito iMille: «Mi avvicino ai manifesti, non hanno il committente, solo l’indicazione della tipografia. Chiedo di nuovo, soprattutto quando trovo su via Portuense il ponte della ferrovia che di solito è il luogo dell’abusivismo di destra quanto ai manifesti. E scopro. E non volevo scoprirlo […] Scopro che è la campagna di tesseramento nazionale del Pd».

Giunta la notizia sul web, la pagina indicata e la bacheca del Pd vengono invase da commenti negativi. Ad essere messa in discussione è l’idea soggiacente alla campagna pubblicitaria e il modo in cui essa è stata condotta. L’intenzione di mettere al centro del tesseramento persone comuni e reali, ognuno con i problemi che hanno tutti i cittadini, viene interpretata come un tentativo populista da parte del partito di avvicinarsi ai propri elettori e potenziali militanti. L’idea dei manifesti, invece, viene criticata perché alcuni elementi non sono stati presi in considerazione. La piccola scritta, ad esempio, in cui si indicava la pagina Facebook da raggiungere, non era facilmente visibile agli automobilisti, ma solo ai passanti che se la ritrovavano davanti agli occhi. Anche per loro, tuttavia, sarebbe stato difficile ricordarla. Mancava inoltre un codice Qr che avrebbe permesso agli smartphone di visitarla immediatamente. Ma ciò che più ha infastidito è la posizione abusiva in cui la maggior parte dei manifesti è stata affissa. Una caduta di stile, insomma, per un partito che fa del rispetto della legalità uno dei valori principali su cui si fonda.

Anche sul social network, l’idea non ha avuto molto successo. Dopo quindici giorni dalla comparsa delle immagini, i “mi piace” non raggiungevano le 400 unità. Molte di più, invece, le voci critiche comparse ovunque, dal web alla stampa, avversa o vicina al Pd. Iniziano a diffondersi anche altre immagini che fanno una parodia della campagna, decisamente irrisoria nei confronti dei democratici. Su una di queste, ad esempio, resta lo sfondo del vulcano napoletano, ma la frase del manifesto diventa “Conosci Bassolino?”. Oppure rimane la veduta della nota chiesa meneghina ,ma si legge la domanda “Conosci Penati?”. Ai romani, invece, si chiede “Conosci Marrazzo?”.

C’è anche il collettivo barese di satira,“Quink”, che cavalca l’onda della critica, iniziando a creare e condividere manifesti simil-democratici. Perfettamente identici nello stile ma diversi negli slogan. Si pongono nuove domande quali “Conosci la posizione del Pd sulla Rai?”, “Conosci la posizione del Pd sulla Fiat?”, “Conosci la posizione del Pd su Casini?” e così via, mettendo a nudo tutti i temi di incertezza comunicativa e politica del partito.

Terminato il “teaser”, la campagna preliminare, inizia il “follow up”, cioè quella effettiva. Inizia a circolare così il vero manifesto del tesseramento. La foto utilizzata mostra Bersani attorniato dai vari militanti che hanno prima prestato il nome e poi la faccia per pubblicizzare il loro partito, quindi i vari Farouk, Eva, Luciano e altri. Lo slogan che campeggia sull’immagine è “Ti presento i miei”.

Con questa locandina, persino alcuni rappresentanti del partito giocano un brutto scherzo al loro segretario. All’assemblea nazionale svoltasi a Roma, un gruppo di tesserati lo chiama per una foto di gruppo. Credendo, tuttavia, che il partito si batta poco per le questioni omosessuali decidono di utilizzare il fotogramma per creare un altro manifesto. Stesso stile di quello originale ma cambia la rèclame: “Ti presento i miei gay”.

Giornate, insomma, alquanto negative per la comunicazione dei democratici. Saranno però i social network a risollevare il loro morale. Compare, infatti, prima su Twitter e poi su Facebook, una fotografia di Bersani piuttosto insolita. Secondo alcuni blogger è Luca Sappino a far “cinguettare” lo scatto. Il segretario viene ripreso all’interno di un noto locale, stimato per l’ampia scelta di birre, situato nei pressi di Campo dei Fiori, a Roma. Seduto ad un tavolo in solitaria, è intento a scrivere il discorso che terrà all’assemblea nazionale del partito. Assorto nei pensieri, accompagna il lavoro con un boccale di birra. L’immagine è subito apprezzata dal popolo social. Piace il fatto che sia lui in persona a scrivere i propri discorsi e che lo faccia accompagnandosi con una bevanda “popolare”.

Anche la parodia che segue è a suo favore. La foto, infatti, viene ripresa e inserita all’interno di alcuni quadri celebri. Viene messo al fianco, ad esempio, di Ellen Andrè e Marcellin Desboutin, a completare il quadro L’assenzio di Edgar Degas. Oppure è posto in compagnia del cliente isolato e di spalle del diner del quadro Nighthawks di Edward Hopper.

Constatato il successo dell’illustrazione, il collettivo Quink si è messo di nuovo all’opera. Hanno utilizzato lo scatto per lanciare provocatoriamente la nuova campagna per il tesseramento del Pd e hanno lanciato su Facebook una sorta di concorso per scegliere il motto. Ne sono stati scelti quattro, di cui il più simpatico e riuscito è sicuramente: “Siam mica qui a scaldare la birra”, il quale riprende il tormentone con cui Maurizio Crozza ha lanciato la caricatura del segretario. Una provocazione che però è stata seriamente presa in considerazione dal Pd pugliese. I dirigenti locali, infatti, hanno deciso di utilizzare le opere come manifesti ufficiali della campagna regionale per il tesseramento.

Questa campagna ha comunque messo in evidenza ancora una volta quanto la sinistra o il centro-sinistra abbiano un rapporto difficoltoso con il marketing, finora appannaggio di grandi comunicatori di destra e centro-destra. Ma l’elemento di novità è che un boccale di birra ha avuto più successo di una campagna virale. Sembra che il Pd e il suo leader siano capaci di attrarre maggiori simpatie soprattutto quando sanno ironizzare sui propri limiti, difetti e tic, e non quando cercano di avvicinarsi, forse anche populisticamente, a degli elettori che, in questo particolare periodo che l’Italia sta attraversando, sono generalmente lontani dalla politica, figurarsi convincerli a prendere una tessera per un partito.

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