Lavoro

Il lavoro nobilita i comunicatori

Tratto da Comuniclab

Il 6 gennaio Giovanna Cosenza ha lanciato dalle pagine del sito Linkiesta un’offensiva contro tutti coloro, e sono molti, secondo cui Scienze della Comunicazione sforni laureati destinati inesorabilmente alla disoccupazione.

Dati di Almalaurea alla mano, la docente di Semiotica all’Università di Bologna ha evidenziato quanto ciò sia falso: se nel 2010 i “triennalisti” a lavorare ad un anno dal conseguimento del titolo erano il 46% degli intervistati dal consorzio, quelli in particolare con una laurea in SdC erano il 46,5%.

Quest’ultima percentuale, in realtà, fa riferimento ai corsi di laurea afferenti a Facoltà di Lettere e Filosofia, perché molti “dottori” in Comunicazione provengono proprio da quelle sedi didattiche. Se si prendessero in considerazioni i numeri relativi a tali laureati, indipendentemente dalla facoltà, essi sarebbero ovviamente diversi. E porterebbero con sé un’altra sorpresa.

Ma cosa vuol dire oggi studiare Comunicazione in Italia? Il panorama universitario che offre una laurea triennale appartenente alla classe di laurea L-20 è molto ampio. Questa, infatti, può essere conseguita presso 36 dei 54 atenei italiani e in 13 diversi tipi di Facoltà. Tra queste ultime è soprattutto in quella di Lettere e Filosofia (presente in 20 Atenei) che è possibile ottenere tale attestato; seguono poi Scienze della Formazione (7), Lingue e letterature straniere e Scienze Politiche (4), Scienze della Comunicazione e Interfacoltà (2), Lingua e cultura italiana, Psicologia, Scienze della Comunicazione e dell’Economia, Scienze della Comunicazione e dello Spettacolo, Scienze Umane e Sociali e Sociologia (1). Gli Atenei che hanno nella propria offerta formativa il maggior numero di Facoltà utili a tale scopo sono quelli di Catania (3) e poi a seguire Cagliari, Firenze, Messina, Sassari, Torino, Trieste, Udine e Urbino (2).

Secondo fonti del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, in seguito all’accorpamento di quella della Sapienza con Sociologia e Scienze Politiche, in Italia a mantenere la denominazione “Facoltà di Scienze della Comunicazione” sono rimaste solo in tre: due nelle Università pubbliche di Teramo e di Macerata, l’altra nella privata Università telematica internazionale Uninettuno, con sede a Roma.

Quanti sono allora a lavorare, indipendentemente dalla Facoltà e dall’Ateneo frequentato?Affidiamoci nuovamente ai dati della ricerca XIII Indagine (2011) – Condizione occupazionale dei laureati, condotta da Almalaurea che, va ricordato, ha intervistato 178mila laureati post-riforma ad un anno dalla laurea.

Per quanto riguarda il collettivo indagato, si tratta di 6207 laureati, di cui Almalaurea ne haintervistati 5530, pari all’89%. Tra questi hanno trovato lavoro ben il 49,5%, quasi uno su due. Una percentuale che ovviamente si contrappone a chi non lavora, tra i quali bisogna distinguere chi non cerca un’occupazione (22,6%) e chi invece la sta cercando (27,8%).

Approfondendo queste cifre è possibile riconoscere alcune caratteristiche interessanti, sotto diversi aspetti. Se correlate, ad esempio, con la condizione formativa, si nota che coloro i quali hanno preferito solo lavorare sono il 34,6%, mentre chi ha voluto soltanto studiare sono il 28,7%. Infine chi riesce a coniugare lavoro e studio è il 14,9%.

Per quanto concerne l’ingresso nel mercato va detto che quasi la metà prosegue il lavoro che già faceva prima di laurearsi, mentre quasi un terzo inizia solo dopo la laurea. Ma quanto tempo impiegano per farlo? Si potrebbe dire che in media trascorre un mese e mezzo “sabbatico” dopo la laurea, in cui non cercano occupazione. La ricerca poi dura tre mesi, finché non si ha il primo lavoro. In altre parole trascorrono quattro mesi e mezzo di limbo tra il mondo universitario e quello lavorativo.

Viene da chiedersi, tuttavia, di che tipo di lavoratori si stia parlando. La maggioranza di loro hanno un contratto atipico (43,1%), mentre il 37,5% ha un lavoro stabile e tra questi solo un quarto (9,4%) non ha quella che molti giovani di oggi considerano una vera chimera, un’occupazione a tempo indeterminato (28,1%). Per completare il quadro vanno infine conteggiati coloro che sono impegnati in un apprendistato (7%) e chi invece non ha affatto un contratto (12%).

Certo non è affatto lo Stato a far lavorare i comunicatori: poco meno di un sesto di loro ha infatti un impiego nel pubblico. Ben l’84% lavora invece nel privato. Rispetto ad agricoltura ed industria, ovviamente prevale il settore terziario (85,5%), e all’interno di questo spiccano le voci “Commercio” (25,3%) e più ragionevolmente “Trasporti, pubblicità, comunicazioni” (18,7%).
Quanto possa essere importante la laurea nel rapporto con il mondo lavorativo può essere verificato considerando i dati relativi sia all’utilizzo richiesto, sia all’efficacia del “pezzo di carta”. A quanto sembra il loro grado di soddisfazione non è dei migliori. Nel 52,5% dei casi, infatti, il titolo è richiesto, ma non è utile, mentre nel 30,6% in pratica è come se non avesse alcun valore, dal momento che non è né indispensabile, né vantaggioso. Grazie ad esso, tuttavia, ben il 55% dei lavoratori ritiene migliorate le proprie competenze professionali. Un miglioramento tale, però, non è avvertito dal punto di vista economico (10,4%), né per la posizione lavorativa (22,7%), né infine per le mansioni svolte (11%). Per quanto riguarda poi le competenze acquisite grazie agli studi effettuati, poco più della metà degli occupati ha sostenuto di averle utilizzate in misura ridotta (51,2%, contro il 28,5% di “per niente” e il 20,1% di “in misura elevata”).

Discorso a parte, infine, merita l’osservazione sull’occupazione dal punto di vista del genere.Sebbene tra gli intervistati prevalgano le ex studentesse (62,9%), il rapporto si assottiglia e si rovescia nella quota lavorativa. Seppur di poco, cioè, sono più gli uomini a lavorare che le donne. La differenza forse più ingiusta, però, riguarda il guadagno mensile: i “comunicatori” a fine mese hanno nelle tasche in media 1063 euro, mentre le “comunicatrici” solo 826. Dati, comunque, che al di là del sesso, di certo non confortano, proprio perché la media è di 920 euro.

Di fronte ai denigratori delle lauree in Comunicazione, insomma, lo scenario offerto da Almalaurea parla chiaro, anche nel caso in cui si consideri il totale dei laureati e non solo alcuni di loro. Le percentuali osservate sono addirittura più rosee di quelle presentate da Cosenza.

La situazione fotografata nel 2011 è ovviamente quella relativa ai 12 mesi precedenti.

Non resta allora che aspettare la XIV indagine del consorzio, solitamente pubblicata e messa a disposizione degli utenti nel mese di marzo. Solo allora si potrà constatare come tali laureati hanno affrontato l’anno in cui tutti gli italiani, in generale, hanno “scoperto” la crisi.

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