Politica

Legge elettorale: la partita è aperta

Tratto da International Post

Un conto è se i contendenti in campo si giocano la partita. Altro discorso è se in ballo ci sono le regole del gioco. Allora tocca decidere: o si è solo in due, o comunque in pochi, a fronteggiarsi e così si può gareggiare con più calma e soprattutto si può raggiungere la vittoria alternativamente; oppure si considera più giusto che le squadre a competere non siano soltanto quelle con più tifosi, ma anche le meno seguite, col rischio, tuttavia, che la gara finisca prima del previsto, a causa dei possibili litigi tra i vari concorrenti.

Fuori di metafora sportiva, anche se politica e sport sono spesso legati a doppio filo, la questione riguarda il lungo iter che porterà ad una nuova legge elettorale. A imporre il tema in queste settimane nella piazza sociale e mediatica è stato l’ex premier Silvio Berlusconi, mosso forse da intenti democratici o molto più probabilmente da interessi politici.

Lui stesso non ha proprio le idee chiare: prima ha sostenuto di voler avviare un tavolo di discussione con il Partito Democratico, affinché i due principali partiti italiani si accordassero per un sistema di elezioni capace di estromettere le piccole formazioni dalla vita politica del Paese. Quindi alzando la soglia di sbarramento per l’ingresso in Parlamento. Poi però, dopo il colloquio con i Democratici, il PdL non ha potuto e non ha voluto evitare la discussione con i precedenti alleati della Lega Nord.

Un comportamento a cui ha da tempo abituato gli italiani e che sembra così lontano in questo periodo “tecnico”. Resta il fatto che  la legge elettorale è un tema che ha finalmente raggiunto l’agenda dei pidiellini. Un tempo non sarebbe stato così. Sarebbe stato difficile avviare un confronto su una misura voluta da un ministro facente parte della squadra di Governo da loro guidato.

Oggi che la coalizione si è sfaldata e i due partiti sono contrapposti nell’appoggio a Mario Monti, per Berlusconi e per il segretario Angelino Alfano, è più facile confrontarsi con Umberto Bossi e i suoi più stretti collaboratori. L’ex premier è consapevole di quanto la sua ultima creatura politica sia calata nei sondaggi di preferenza degli italiani. Ha bisogno, allora, di prendere tempo. Mesi, anni preziosi, in cui ricostruire consenso attorno alla sua figura e ai suoi interposti. L’idea è quella di ripetere l’esperimento dell’attuale Governo, quindi un nuovo gruppo governativo appoggiato dalla triade Pdl-Udc-Pd e capeggiato da un rappresentante autorevole ma esterno a tali formazioni.

La prima sponda con cui confrontarsi è quella democratica, anche perché il rapporto con il Terzo Polo ancora non è dei migliori. Ma Bersani non riesce ovviamente a fidarsi ciecamente di politici con cui fino a pochi mesi fa era in continua opposizione. Tuttavia lo spirito dei tempi da allora è cambiato e dialogare non è impossibile. Se il confronto è costruttivo è sempre ben accetto.

Ecco allora che su un punto in particolare sono tutti d’accordo: il Porcellum va cambiato. Soprattutto per quanto riguarda il sistema delle liste bloccate, il quale delega ai partiti e non ai cittadini la possibilità di scegliere coloro che occuperanno gli scranni di Palazzo Madama e Montecitorio. Ma anche questa possibilità non è lineare, in quanto bisogna sempre decidere se affidarsi alle preferenze o ai collegi.

Ma al di là della scelta degli elettori, quali partiti riusciranno a superare lo sbarramento? Ovviamente i piccoli partiti hanno tutto di che preoccuparsi. La Lega è sempre combattuta tra il distacco e il riavvicinamento al Popolo della Libertà. Sinistra e Libertà di Nichi Vendola partecipa agli incontri tra i partiti ma non ha potere decisionale in quanto non fa parte delle forze attualmente presenti in Parlamento. Nel voto potrebbe casomai fare le sue veci l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro. L’ex magistrato, tuttavia, non riesce proprio ad abituarsi all’idea di dover dialogare con tutte le parti politiche, affinché si raggiunga un accordo quanto più ampio sulla legge elettorale. Proprio perché è una regola del gioco deve essere sostenuta dalla maggior parte dei gruppi e non solo dai pochi più grandi.

Per Di Pietro, però, dialogare con Berlusconi e Alfano vuol dire “automaticamente” fare degli inciuci. Per cui ha già espresso il suo veto a tale possibilità. L’unico partito con cui vuole parlare è quello di Bersani. E ancora una volta toccherà ai Democratici fare da mediatori tra i litiganti.

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