Lavoro

Quattro capitoli per riformare il lavoro

Tratto da International Post

Se l’Istat rivela che a dicembre 2011 il tasso di disoccupazione era dell’8,9%, cioè il più alto dal 2001 se si considerano le serie storiche trimestrali, ciò vuol dire che in un decennio l’Italia è rimasta ferma al punto, già allora critico, in cui si trovava.

Vuol dire soprattutto che la necessità di una riforma del lavoro è sempre più incombente. Ma di certo non c’era bisogno delle cifre dell’Istituto di ricerca affinché il Governo Monti se ne rendesse conto. Fin da quando si è insediato, infatti, il rilancio dell’occupazione rientrava tra gli obiettivi principali dell’azione politica che si era prefissato.

Un’urgenza che non è avvertita solo nel nostro Paese. Lo dimostra l’approvazione, al termine dell’incontro di Bruxelles di fine gennaio, da parte di tutti gli Stati dell’Unione Europea, tranne la Svezia, della dichiarazione conclusiva sulla crescita e l’occupazione.

Da noi il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Elsa Fornero, è attiva già da tempo. La novità della sua opera è non solo nei contenuti, come vedremo, ma anche nella forma. Di fronte ad un tale riordino, infatti, ha ritenuto indispensabile, seppur non vincolante, il confronto, anche serrato, con i sindacati. Da mesi va avanti il giro di telefonate, dichiarazioni a distanza e incontri con Cgil, Cisl e Uil. Un passo in avanti rispetto ai precedenti governanti, solitamente poco abituati ad allacciare un rapporto costruttivo con tali sigle, almeno non con tutte.

La vera rivoluzione necessaria, tuttavia, va rintracciata nelle proposte avanzate. Seguendo il consiglio del premier, la responsabile del Welfare ha deciso di non presentare un piano unico di riforme, obbligando i suoi interlocutori ad un improduttivo aut aut.

Sono così, quattro i principali capitoli in cui è divisa la manovra, su ognuno dei quali le parti esprimeranno il proprio giudizio, i consigli di miglioramento e le ammonizioni sulle iniziative su cui non sono d’accordo. Salvo poi il fatto che la decisione finale spetta al Governo.

La prima trattativa riguarda il tema delle forme contrattuali. Riuscire a districarsi tra 46 tipi diversi di contratti non è facile, soprattutto per quei giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo del lavoro. Proprio per questo motivo sembra che le parti siano intenzionate a prendere provvedimenti per le due diverse categorie. Nel caso di lavoratori neo-assunti entrerebbe in vigore un contratto di base della durata di tre anni, con tutele crescenti. Una misura che segue il modello indicato dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi e che tuttavia si differenzia da questo perché l’idea del contratto unico non è gradita da Fornero, la quale sulle tipologie di contratti ha un’opinione decisa: «Non ha senso eliminarle tutte, comprese quelle che hanno dato buoni risultati», tra cui, ad esempio, i contratti a progetto e i part time. Per quanto riguarda i casi di prima occupazione, invece, si dovrebbe giungere facilmente ad una decisione unanime, dal momento che tutti sono favorevoli ad iniziare con l’apprendistato.

Il secondo pacchetto è relativo alla formazione. Il Governo spera di incentivare una rivoluzione culturale che veda come protagoniste le imprese del Paese, anche perché i fondi per realizzare i cambiamenti proposti non sono al momento disponibili. La proposta, infatti, è di stabilire una “formazione permanente”, attivata non solo prima di iniziare a lavorare e nei primi mesi, ma anche durante tutto il percorso lavorativo e soprattutto dopo il licenziamento, per evitare che un disoccupato in età avanzata abbia difficoltà nel reinserirsi nel mercato del lavoro. Ciò graverebbe in parte sulle casse dello Stato, ma in particolar modo su quelle delle aziende. Ecco perché più che di proposta, sarebbe il caso di parlare di scommessa.

Altro capitolo da affrontare è tra i più complicati: la flessibilità. Monti sostiene soprattutto quella in uscita, cercando di stare, però, il più lontano possibile dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, consapevole che su quel punto incontrerebbe un ostacolo insormontabile da parte dei sindacati. D’altronde lo sa benissimo Fornero, a cui bastò anche solo nominarlo per ricevere una pioggia di critiche dai vari Camusso, Angeletti e Bonanni. Anche su questo versante, la professoressa ha le idee chiare, per cui bisogna «contrastare l’abuso delle forme contrattuali flessibili che in realtà permettono al datore di lavoro di pagare poco il lavoratore» e rendere «più costosa la flessibilità per le imprese».

Infine il tavolo su cui c’è forse maggiore insicurezza: gli ammortizzatori sociali. Il motivo sta principalmente nel fatto che lo Stato non ha a disposizione risorse da impiegare in tal senso, come il vice-ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha reso noto al presidente del Consiglio. L’intenzione di Fornero è quello di migliorare il sistema della cassa integrazione, sia ordinaria che straordinaria, ma ha fin da subito incontrato il niet delle associazioni di categoria, che vedono in tale meccanismo una forma di protezione a cui difficilmente si può rinunciare, soprattutto in tempi come questi di incertezza economica. L’idea di un salario minimo garantito non è invece  apprezzata da Emma Marcegaglia. «Noi rimaniamo convinti – dichiara la presidente di Confindustria – che in una situazione come quella italiana il salario minimo rischia di disincentivare il lavoro». Nel nostro Paese, infatti, «abbiamo un tasso di occupazione troppo basso e rischiamo di avere a salario minimo venti milioni di persone».

Al di là dei vari punti in cui è diviso il piano, va sottolineata la volontà da parte del Governo dei tecnici di innestare profondi cambiamenti che non siano soltanto economici, ma anche e soprattutto culturali e sociali. Dal suo punto di vista, si è giunti in un epoca in cui è impossibile difendere a spada tratta il posto di lavoro. Le principali tutele vanno invece garantite direttamente al lavoratore. Secondo Monti, infatti, «occorre che la protezione delle persone nel mercato del lavoro non diminuisca, ma diventi più equilibrata». La mobilità nell’occupazione è ormai irrinunciabile. Compito della squadra dei professori è quella di renderla più equa, sia per le aziende, che devono tornare a credere di nuovo nel Sistema Italia, sia soprattutto per i lavoratori, affinché la flessibilità non sia sinonimo di precariato, nel lavoro e di conseguenza nella vita.

Ad ogni modo la partita è ancora tutta da giocare. Elsa Fornero vuole chiuderla entro marzo. Sa di poterlo fare perché i sindacati, tornati finalmente di nuovo insieme al tavolo delle decisioni, le riconoscono fiducia, pur tutelando ognuno i propri interessi che rappresentano.

La speranza per gli italiani e in particolare per i giovani è quella espressa dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano: «avere un lavoro non deve più essere un privilegio».

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