Politica

Articolo 18 e Pd, una divisione solo di facciata

Fonte: Luca Mattei

Fonte: Luca Mattei

Tratto da International Post

Come spesso accade, è in seguito alle sconfitte nelle elezioni o nelle primarie che si alzano delle voci che cercano di staccarsi dal coro e rischiano ogni volta di mettere a dura prova la pur sempre precaria unità dei Democratici. E così, dopo la disfatta delle primarie di Genova, ci pensa l’ex segretario Walter Veltroni a mettere il dito nella piaga e a criticare il suo Pd. È bastata un’intervista del quotidiano la Repubblica a riaprire il dibattito e forse le divisioni all’interno del partito.

«Bisogna cambiare  – sostiene Veltroni – un mercato del lavoro che continua a emarginare drammaticamente i giovani, i precari, le donne e il Sud».

E su questo mini-programma nulla di diverso dalla linea democratica. Ma è su un’altra questione che l’ex sindaco di Roma ha dato fuoco alle polveri. Prima ha ripreso la massima del premier Monti, per cui l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non deve essere considerato un tabù, poi si è ritenuto

«d’accordo col non fermarsi di fronte ai santuari del no che hanno paralizzato l’Italia per decenni».

Si è posto, cioè, in una posizione diametralmente opposta a quella del segretario Bersani, espressa di certo non la prima volta proprio due giorni prima dell’intervista. Il leader democratico era ospite dell’iniziativa Dal Sud con le Donne, Ricostruiamo l’Italia. Rispondendo alle domande di Lucia Annunziata aveva infatti dichiarato che l’articolo 18

«ha poco o nulla a che fare con i problemi che ha adesso il mercato del lavoro. Il tema vero resta come creare un po’ di lavoro. Mi stupirei se non si partisse dal tema della precarietà e dagli ammortizzatori. Solo così si può pensare a un aggiustamento, una manutenzione, purché non salti il concetto dell’art.18».

Finora era valsa la regola non scritta per cui sulla questione dell’articolo 18 i partiti non avrebbero dovuto evidenziare le proprie posizioni e lasciare che la questione fosse risolta dal confronto tra Governo e sindacati. Insomma, consapevoli del fatto che su quella disposizione potesse esserci la rottura definitiva del tentativo di intesa tra le parti, ciascuna formazione politica avrebbe fatto meglio a starne alla larga, proprio perché in ballo c’è il destino di migliaia di lavoratori e di molte imprese. E invece Veltroni ha voluto spezzare il tacito accordo, scatenando la pronta reazione della segreteria.

È stato Stefano Fassina, responsabile economia del partito, a rispondergli con una lettera su Facebook:

«La posizione del Pd sul mercato del lavoro e sull’art.18 è diversa dalla tua, ovviamente legittima, ma minoritaria nel partito e più vicina, invece, alla linea del “pensiero unico” e alle proposte del centrodestra (è una constatazione, un fatto, non un’inaccettabile accusa di intelligenza con il nemico). In un partito serio, in un passaggio di fase così delicato, prima di dire la propria posizione, si dovrebbe ricordare la posizione del partito, sopratutto quando essa è stata votata dagli organismi dirigenti e confermata più volte».

Il giorno dopo Veltroni replica su Twitter:

«Il problema non è l’articolo 18, sul quale ho detto molto meno di quanto detto mille volte da Bersani. Il problema è il giudizio su Monti. Cito Bersani, per capirsi: “Se vogliamo modificare l’articolo 18, va bene. Ma facciamolo in fondo”. L’ha detto il 7 febbraio a Otto e mezzo».

E ancora:

«Bisogna avere il coraggio di discuterne. E civilmente. Senza dire che una opinione diversa è una opinione del nemico. Teorie pericolose».

Di questo botta & risposta sono in particolare tre gli elementi a colpire.

Innanzitutto la persona che si è preso la briga di rispondere alle richieste dell’ex sindaco di Roma. Se fosse stato il segretario in persona, si sarebbe data una visione forte della leadership bersaniana nel partito. La risposta, invece, è arrivata dal responsabile dell’Economia e, con tutto il rispetto per Fassina, non è la stessa cosa se ciò che ha detto lo avesse sentenziato il suo segretario. Occasione mancata.

Da notare inoltre i luoghi in cui tutta la discussione è stata condotta. Prima su un quotidiano, poi attraverso due differenti social network. Insomma ovunque tranne che nelle sedi più opportune per affrontare una discussione politica interna al partito. D’altronde la direzione nazionale, l’occasione più idonea ad un confronto su questi temi, non viene convocata dall’ottobre 2011, nonostante la richiesta scritta o informale di alcuni esponenti. I panni sporchi si lavano in famiglia? No, qui lo si fa sotto gli occhi di tutti, disorientando gli elettori che vedono troppe macchie diverse.

Infine, ed è questo il vero tema che più indebolisce i democratici, resta la continua sensazione che hanno tutti, cittadini, elettori e a volte persino gli stessi esponenti del partito, per cui la linea del partito non è mai chiara e univoca. Proprio sull’articolo 18, ad esempio, non è facile capire se Bersani sia più vicino alla Cgil, per cui la norma non va assolutamente modificata, né tantomeno presa in considerazione. Quindi un no a priori. Oppure si posizioni più sulla scia di Cisl e Uil, per cui non va sconvolto nella sua essenza ma può essere migliorato. Lo stesso segretario ha comunque parlato di “aggiustamento” e “manutenzione”. E persino Fassina, in un’intervista a La Stampa, alla domanda Quindi sull`art. 18 non si può mollare di un millimetro? aveva risposto:

«Si possono fare miglioramenti nelle procedure, perché è vero che l`incertezza della durata delle cause crea problemi. Ma non si può negare un diritto che invece va tutelato».

Allora la domanda sorge spontanea.

Almeno su questo punto, qual è la differenza con Veltroni?

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