Attualità, Lavoro

Precarietà, le mal de vivre

Fonte: flickr.com/photos/deathtiny42

Tratto da International Post.

Nel 1970 Adriano Celentano cantava Chi non lavora non fa l’amore. A distanza di anni, purtroppo, andrebbe declinata in Chi non lavora non vive. Perché l’assenza di un’occupazione più o meno stabile può portare all’instabilità delle sensazioni dell’uomo e far decadere quell’istinto di sopravvivenza primitivo.

Questa sarebbe la spiegazione con cui provare a comprendere la sofferenza di un ragazzo di 20 anni. Un dolore atroce lo ha portato a compiere un gesto estremo. Studiava in un istituto superiore di Firenze, ma lo studio gli sembrava quanto di più inutile ci fosse nella vita, se questo poi non avrebbe consentito di trovare un lavoro.

Da giorni si lamentava di quanto fosse assurda un’esistenza in cui è impossibile nutrire almeno una piccola speranza riguardo al proprio domani. Allora ha aspettato che scoccasse la mezzanotte, ha preso una sciarpa, l’ha legata all’anta di un armadio e si è impiccato. Il corpo è stato ritrovato dopo sei ore dai genitori, entrati nella sua stanza per svegliarlo. Ma ormai svegliarlo non era più possibile.

Si è tolto la vita così, un ragazzo, un uomo che aveva davanti a sé tutto il fardello di un futuro senza certezze. Era nato nell’Europa orientale, ma era giunto in Italia da alcuni anni grazie ad un’amorevole adozione. Era un giovane come tanti della sua età, che trascorreva le giornate diviso tra la scuola e i social network.

Proprio su Facebook aveva lasciato le sue riflessioni. In passato chi decideva di suicidarsi, spesso provava a spiegare le ragioni di una tale azione scrivendo su dei fogli indirizzati alle persone più care e vicine le ultime parole. Un tentativo di scusarsi con loro per quella decisione che di certo avrebbe causato lacrime e strazi. Una sorta, a volte, di ultimo testamento. Per le generazioni contemporanee quei fogli si sono trasformati nelle bacheche del noto social network.

«Addio mondo di merda. Fate come me levatevi dal cazzo»,

così aveva scritto poco prima di uccidersi. Convinto quindi che quella scelta fosse l’unica soluzione a tutti i problemi di questa tormentata vita. La più giusta, al punto da consigliarla a tutti i suoi amici virtuali.

Se si sia trattato di una tragedia evitabile nessuno può saperlo. Fatto è che, già alcuni giorni prima, il ragazzo aveva scritto frasi su Facebook che a leggerle dopo fanno pensare ad una decisione meditata da tempo. Tutto ciò perché la vita «fa schifo», e perché è inutile «studiare tanti anni» senza «essere sicuri di trovare lavoro».

Non è certo il primo adolescente che annuncia alle sue amicizie di uccidersi. In Italia i primi casi si hanno già nel 2009 e nella maggior parte si tratta di ragazzi. Ed è proprio la loro età a lasciare perplessi. Perché non si tratta di uomini e donne che hanno già vissuto un periodo così ampio della propria vita tale da far dire loro “Basta, non ne posso più”. A creare così tanto dolore non sono determinate situazioni che lasciano segni incancellabili, ma la paura di non poter essere protagonisti dei propri sogni.

Spesso è proprio la determinazione con cui ognuno affronta le sfide di tutti i giorni, per la realizzazione di un desiderio, a darci il coraggio per continuare questa lotta con il futuro. Ma in un’epoca in cui i giorni a venire vengono svuotati di senso e i propri progetti sembrano castelli in aria, piuttosto che enormi grattacieli da costruire mattone dopo mattone, è sempre più difficile affrontare la dura realtà.

Lorenzo de’ Medici lo diceva fin dal ‘400, «Del doman non v’è certezza». La differenza sta proprio nel «Chi vuol esser lieto, sia», perché non tutti oggi hanno la forza di provare a confrontarsi con qualcosa che sembra sempre più buio e irraggiungibile. E il lavoro, o meglio la sua assenza, è una delle grandi questioni che creano dubbi amletici.

Sembra impossibile costruire la propria vita giorno dopo giorno, consapevoli del fatto che prima o poi si diventerà disoccupati. Non si riuscirà a trovare un’occupazione o la si troverà solo per alcuni mesi, per poi ricadere puntualmente nel baratro. La precarietà del lavoro diventa così insopportabile da trasformarsi in precarietà dell’esistenza. E allora addio famiglia, quella che si ha e quella che si vorrebbe avere. Addio sogni e speranze di avere la vita che da sempre si desidera. Tutti quei saldi legami che legano l’uomo al passato e al presente diventano improvvisamente deboli.

La precarietà della vita, ecco il mal de vivre dei nostri giorni.

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