Politica

Un taglietto ai parlamentari, ma servirebbe la scure

Tratto da International Post

Una delle novità che hanno portato il termine dell’era berlusconiana e l’inizio di quella montiana è sicuramente la caduta di qualsiasi pregiudiziale nel confronto tra partiti. Immaginare un incontro tra i tre segretari dei principali partiti italiani era, fino a pochi mesi fa, un progetto da fantapolitica.

E così mentre il Governo è impegnato in liberalizzazioni, semplificazione e salvataggi vari, l’ABC della moderna partitocrazia si incontra nel tentativo di giungere ad un accordo comune relativo ad importanti modifiche costituzionali ed istituzionali.

Alfano, Bersani e Casini hanno trovato la serenità per arrivare ad una conclusione: il numero dei parlamentari va diminuito. Se per una parte degli italiani il numero perfetto di parlamentari sarebbe pari allo zero, visti i venti di anti-politica e lontananza dai nostri rappresentanti, la triade ha optato per una riduzione del 20% circa.
Alla Camera si passerebbe quindi dagli attuali 630 ai pur numerosi 508. Al Senato, invece, da 315 a 254. Percentualmente a farne le spese saranno soprattutto coloro che provengono dalla circoscrizione Estero, dal momento che subiranno un taglio di un terzo sia a Palazzo Montecitorio (da 12 a 8 ) sia a Palazzo Madama (da 6 a 4).

Ma non sarà solo una questione numerica a cambiare. Se da un lato l’età minima per andare a votare non cambia, verrà modificata quella con cui candidarsi. I Parlamenti del futuro potranno, ma non è detto che lo siano poi effettivamente, essere più giovani. Per sedere sugli scranni della Camera, infatti, basterà avere 21 anni e non più 25. Anche tra i grandi vecchi del Senato sì potrà vedere qualche ruga in meno con l’età dell’elettorato passivo che da 40 passa a 35 anni.

La vera innovazione sarà la fine del noto bicameralismo perfetto, che equivale a dire due Camere che, nonostante siano diversificate svolgono in realtà la stessa funzione, lo stesso lavoro. Due Camere fotocopia. Con i cambiamenti in programma, invece, i deputati continueranno ad occuparsi della legislazione esclusiva dello Stato, mentre i senatori si occuperanno maggiormente di questioni inerenti la legislazione concorrente. Di conseguenza le Regioni avranno meno poteri, tuttavia esse saranno rappresentate sempre al Senato in una “Commissione paritetica per le questioni regionali”, di cui faranno parte i Presidenti delle Regioni e delle Province autonome di Trento e Bolzano, nonché un gruppo di senatori in misura tale da rispecchiare il numero della proporzione dell’Assemblea.

L’intenzione dei partiti è comunque quella di dare slancio alla debole politica, come si nota anche dai termini usati nella bozza di riforma presentata. Proposta da Luciano Violante (Pd), Gaetano Quagliariello (PdL), Ferdinando Adornato (Udc), Italo Bocchino (Fli) e Pino Pisicchio (Api), essa si divide in tre tronconi, coerenti ma autonomi, e denominati: “Forte rappresentanza”, “Forte Parlamento”, e “Forte Governo”.

Un rafforzamento che, in realtà, poiché frutto di un accordo tra parti diverse, è comunque limitato rispetto a ciò che si poteva fare. Democratici, pidiellini e Terzo Polo potevano sicuramente azzardare di più, magari accentuando la diminuzione del numero dei parlamentari. Ma d’altronde si sa che una tale riforma, così anti-casta politica, è difficile da ottenere, quindi è comunque un passo in avanti da apprezzare.

Se poi riuscissero anche a diminuire lo stipendio che ciascun “rappresentante” dei cittadini, anche se con l’attuale legge elettorale è difficile definirli tali, percepisce annualmente, senza considerare i vari benefit e vitalizi di cui godono, ecco forse così facendo renderebbero felici molti più italiani.

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