Politica

Un passo indietro fino a Sacconi

Tratto da International Post

Se si può considerare il Governo Monti come uno spartiacque tra l’epoca politica berlusconiana e quella che verrà in futuro, va detto che sul fronte della riforma del lavoro, è stato fatto un bel passo indietro.

È sembrato di essere tornati indietro di qualche anno, quando a via Veneto non c’era Elsa Fornero, ma Maurizio Sacconi. Arrivava la proposta governativa e i sindacati si spaccavano. Cisl e Uil la appoggiavano quasi acriticamente, la Cgil vi si opponeva con tutte le sue forze. E via a suon di minacce, comunicati stampa e soprattutto scioperi generali.

È successo anche stavolta: Raffaele Bonanni ha definito l’accordo tra parti sociali e Governo un “compromesso onorevole”. Luigi Angeletti sospende il suo giudizio in attesa di miglioramenti della riforma. Susanna Camusso, infine, esplicita il suo dissenso nel modo più congeniale per il suo sindacato: un pacchetto di scioperi di 16 ore.

Anche la politica riflette le divisioni sindacali. È vita facile per quei partiti monolitici che hanno le idee chiare sull’operato di Fornero. Da un lato allora si posiziona il PdL, che attraverso Angelino Alfano, rende evidente il suo appoggio a Monti. “Noi non siamo per la paralisi  – ha sostenuto l’ex Guardasigilli – ma per dire sì perché il governo vada avanti”. Possibilista è l’atteggiamento di Pier Ferdinando Casini, secondo cui la riforma va migliorata, ma non stravolta. Al lato opposto invece si schierano Lega, IdV e, per quanto in questo caso possa contare, perché non presente in Parlamento, SeL, tre formazioni che hanno da sempre manifestato un parere contrario non solo alle proposte del ministro del Welfare, ma al Governo stesso.

La questione diventa davvero scottante per il Pd. Su questo tema, infatti, il partito rischia di lacerarsi definitivamente, rendendo le spaccature esistenti al suo interno irreversibili. I democratici pro-Monti, come Enrico Letta e Walter Veltroni, danno per scontato l’appoggio alla proposta Fornero. Sicurezza non condivisa dalla sinistra socialdemocratica, rappresentata dal responsabile economico Stefano Fassina. Entrambe le parti, tuttavia, sono consapevoli del fatto che la riforma, così come è stata formulata dal Governo, presenta provvedimenti apprezzabili e altri perlomeno opinabili.

Le più grandi discussioni si sono concentrate ad esempio sull’articolo 18. Ma è giudizio condiviso che altre misure adottate, come la diminuzione dei tipi di contratto di lavoro o l’allargamento di alcune tutele a fette più ampie di lavoratori, rappresentino un bel passo in avanti per  la giurisdizione del lavoro, alla luce dei periodi di precariato e crisi economica che si stanno vivendo.

La parola comunque spetta ora al Parlamento. Sarà qui che si decideranno le sorti dei lavoratori italiani. E molto dipende dall’atteggiamento del premier. Se il presidente del Consiglio si affretterà a porre la questione di fiducia, come è probabile che faccia, sparirà qualsiasi margine di miglioramento ipotizzabile da sindacati e partiti. Una sorta di presunzione da parte del bocconiano su una riforma che reputa inappuntabile. Se invece lascerà che le Camere si confrontino sul tema, in quel caso entreranno in gioco le pressioni dei gruppi parlamentari e degli interessi che essi rappresentano.

Ad ogni modo  non è detto che il voto positivo sia scontato. Se in ballo non c’è solo la riforma del lavoro ma proprio l’appoggio alla squadra dei professori, potrebbero esserci delle sorprese sulla sponda democratica. Sarebbe infatti obbligata ad un bivio a scegliere quale strada intraprendere: continuare ad appoggiare Monti o perdere una parte comunque consistente del proprio elettorato. Se sarà possibile il dibattito tra deputati e senatori, i democratici potrebbero adoperarsi a portare il provvedimento più vicino alle proprie posizioni, nel tentativo non facile di convincere allo stesso tempo le altre forze politiche.

Il pericolo maggiore è quello di ritrovarsi con una legge sottoposta ad un tale numero di modifiche da rivelarsi snaturata rispetto al progetto originario. E ci si ritroverebbe con un Parlamento impantanato nelle discussioni e un Paese bloccato dagli scioperi. Come quando c’era Sacconi.

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