Finanza - Economia

Ricchi o preoccupati?

Tratto da International Post

Solo una persona su cento, in Italia, si dice poco preoccupata riguardo alle prospettive occupazionali del futuro. A voler dare ascolto alle cifre fornite dall’Osservatorio Confesercenti-Ispo viene la curiosità di conoscere chi sia quel fortunato. Perché con i tempi che corrono è lui ad apparire estraneo in un mondo di incertezze, piuttosto che quel 99% che non vede luce nel tunnel buio del lavoro.

Non colpirà, inoltre, che il peggior stato d’animo nei confronti del domani si registra tra i giovani, coloro, cioè, per cui il futuro è una questione persino biologica, non come chi è in età avanzata e riesce a malapena a pareggiare i rimorsi del passato con i desideri e i progetti del presente.

Se non bastasse il senso comune a renderlo evidente, vengono in aiuto i numeri: tra i “molto preoccupati”, infatti, ci sono soprattutto gli appartenenti alle classi d’età 18-24 anni (81%) e 35-44 (75%). Ma non è solo una situazione psicologica intima a rendere l’idea. L’Istat , ad esempio, ci pone di fronte alla realtà dura e cruda, rendendo noto che a febbraio 2012 ben il 31,9% dei giovani italiani è disoccupato, con ben quattro punti percentuali in più rispetto allo stesso mese dello scorso anno.

Un trend, comunque, che mantiene lo stesso andamento per tutti, al di là degli anni di colui, e soprattutto colei, che lavora. In totale, infatti, la disoccupazione nel nostro Paese ha raggiunto il 9,3%. Se si prende in considerazione il dato in base alle serie storiche mensili è il più alto dal 2004 (anno in cui il noto istituto di statistiche ha iniziato tali particolari rilevamenti). Se si considerano, invece, le serie trimestrali, numeri del genere non si vedevano addirittura dal 2000. E se, infine, si getta uno sguardo all’Eurozona, si capisce che il momento non è dei migliori persino nel continente, dove il tasso di disoccupazione arriva al 10,8%, la cifra più alta dal 1997.

Certo in Italia non ci sono fortunatamente solo disoccupati. Anzi. Ha fatto riflettere un dato diffuso da Bankitalia, secondo cui la top ten dei più ricchi del nostro Paese ha un patrimonio stimabile attorno a quello posseduto dai 3 milioni di italiani più poveri.

Un risultato che, tuttavia, va analizzato senza affrettarsi a superficiali conclusioni. Perché se è vero che il paragone colpisce il nostro limite di sopportazione dell’attuale situazione economica dello Stivale, bisogna capire meglio chi sono quei 10 ricchi e cosa hanno fatto per arrivare in quelle posizioni di alta classifica. E allora, considerando che parliamo di imprenditori come Ferrero, Armani, Berlusconi, Prada, Benetton e Del Vecchio (patron di Luxottica), ci si rende conto che stiamo parlando di persone che hanno saputo valorizzare il nome dell’Italia nel mondo.

Se il Made in Italy eccelle a livello globale in settori come quello alimentare, industriale e della moda, lo si deve anche a loro, non bisogna dimenticare che questi colossi commerciali danno lavoro a molti italiani. Prendersela con loro, quindi, per i possedimenti che hanno “guadagnato”, o anche ereditato, sembra quasi controproducente per gli interessi dei lavoratori e del Paese.

Il sentimento anti-ricchezza è evidente nei periodi di crisi, in cui “chi ha” si oppone a “chi non può avere”, e spesso si finisce col demonizzare i possidenti, spiegando le loro ricchezze attraverso imbrogli, furti e qualsiasi altro misfatto immaginabile. Il problema non è chi ha saputo investire sulle proprie capacità, dal genio creativo all’abilità nel marketing. Ciò che deve preoccupare, infatti, è l’enorme mole di persone che non riesce ad arrivare a fine mese.

Tra di loro ci sono ovviamente molti giovani, i quali, come abbiamo visto, non solo non dispongono oggi di tranquillità economica, ma non hanno neanche tante speranze per il domani. Viene da pensare, allora, che quella persona poco preoccupata del futuro lavorativo si nasconde proprio tra i 10 milionari d’Italia.

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