Politica

Monti-bis? No, la buona politica.

Tratto da International Post.

Quando Eva Giovannini, l’inviata di Piazza Pulita, aveva chiesto a Mario Monti cosa avrebbe fatto nel caso in cui una coalizione di partiti gli avesse chiesto di continuare a fare il premier, il professore era riuscito a cavarsela non fornendo alcuna risposta, chiedendo di ripetergli la domanda e di ripetergliela infine in inglese.

Quando sono stati alcuni giornalisti americani, quindi proprio in inglese, a porre la stessa questione, il bocconiano non ha avuto scampo e ha finalmente svuotato il sacco, rinnegando quanto sostenuto da mesi. Ha dichiarato cioè, che nel caso in cui Napolitano gli avesse chiesto di proseguire nella sua azione di Governo, lui avrebbe continuato.

Da quel momento in poi il dibattito giornalistico e politico si è riempito di una formula inquietante: “Monti-bis”. Diciamolo fin dall’inizio: la presenza di Mario Monti a Palazzo Chigi, apprezzata o meno che sia, rappresenta innanzitutto un fallimento della politica. Forse necessaria in quel determinato periodo, quello dell’ultimo Berlusconi, dal momento che la politica stessa era riuscita a snaturarsi, trasformandosi in gossip e cronaca giudiziaria.

Ora, riproporre nuovamente Monti vuole dire in sostanza che la politica è ancora fallimentare. E se è cosi, fanno bene quelle forze, che siano partiti o movimenti, che fanno della propria bandiera la critica spregiudicata ad una casta politica, non solo incapace, ma anche ladra.

Ma chi conserva ancora un’alta concezione della politica, un idealista forse, un illuso molto più probabilmente, non può accettare serenamente che il professore torni a governare. E che lo faccia senza che siano stati gli italiani a volerlo. Quando lo ha nominato il Presidente della Repubblica, la particolare situazione economica in cui versava il nostro Paese ce lo ha quasi imposto, ed ai partiti va riconosciuto il merito di aver compreso quanto potesse essere pericoloso in quel momento proporre un governo di un determinato colore.

Oggi la situazione è diversa. O meglio: se si dovesse sostenere che non è cambiata, vorrebbe dire automaticamente che quanto fatto finora dal premier è stato inutile. Siccome questa non è un’opinione condivisibile, bisogna giungere alla conclusione che l’Italia è oggi diversa. E non è condivisibile perché, se nel caso della politica interna restano diversità comprensibili nell’appoggio al Governo, per quanto concerne la nostra credibilità all’estero il giudizio è unanime. Anche Di Pietro, per fare un esempio, è fiero di avere un Presidente del Consiglio che gode di ottima considerazione oltre le Alpi. Quella stessa considerazione che non si è potuta riconoscere, invece, a quel burlone di Berlusconi.

Nessuno, ovviamente, può vietare a Monti di presentarsi davanti agli elettori con una propria proposta. Ma a quel punto dovrebbe tenere in considerazione le esigenze di quella parte di cittadini che vuole intercedere. Non avrebbe cioè dalla sua la capacità di presentare manovre coraggiose che un politico non farebbe mai perché è di parte, rappresenta cioè determinati interessi. Quindi il programma di Monti dovrebbe essere condiviso, e non è detto che gli italiani lo facciano unanimemente ad occhi chiusi.

Ad appoggiare acriticamente l’ipotesi di un Monti-bis sono stati quei partiti che finora hanno appoggiato acriticamente il primo Monti. Udc e Fli, in particolare. Quei partiti, cioè, che, senza Monti, non avrebbero un proprio rappresentante di punta. Il centro, quello che prima si soleva chiamare Terzo Polo, può essere determinante nelle logiche di Governo e rappresentare l’ago della bilancia nel raggiungimento di una maggioranza. Ma di certo non può avanzare la pretesa di imporre un proprio candidato come premier. Se vincerà la coalizione di centro-sinistra sarà il vincente delle primarie a fare il primo ministro. Se vincerà il centro-destra sarà molto probabilmente Berlusconi a farlo.

Casini e Fini, insomma, potranno solo chiedere il contentino di avere rappresentanti nelle istituzioni: qualche ministro o soprattutto il presidente di una delle due Camere. Ecco spiegato il motivo per cui presentare Monti in una propria lista sarebbe un’occasione da non perdere.

Distanze evidenti sono, invece, quelle espresse da Alfano e Bersani. I segretari di Pd e Pdl hanno appoggiato finora i professori pur dovendo sottostare alla logica eccessiva e alla lunga stancante del compromesso. Quella che porta ad approvare misure mal digerite, in virtù del mantenimento di un Governo ritenuto necessario. Una medicina amara, insomma, da ingoiare controvoglia e coraggiosamente, con la speranza che faccia passare presto la malattia.

Democratici e pidiellini, invece, vogliono andare alle elezioni e presentare la propria proposta agli elettori. Senza dimenticare, ovviamente, quanto di buono lasciato dal “montismo”: la serietà istituzionale e la credibilità di fronte agli elettori e, in un mondo globale, all’estero. Requisiti che dovrebbero sempre caratterizzare la politica. La buona politica.

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