Politica

La Lega convince, il Pdl no.

Angelino Alfano era ospite di Lucia Annunziata nella trasmissione “In Mezz’ora” su Rai Tre quando ha lanciato un progetto rivolto soprattutto al suo stesso partito: per «traguardare una fase nuova» il Popolo della Libertà potrebbe anche decidere di «cambiare nome e simbolo in queste primarie».

Alcuni giorni prima Roberto Maroni aveva dichiarato: «Dopo la legge di stabilità e la legge elettorale, proporrò al Consiglio federale che la Lega ritiri le proprie delegazioni alla Camera e al Senato» dando così inizio a quella fase «che Bossi tanti anni fa chiamava “progetto egemonico della Lega”».

Due proposte molto diverse tra loro che recano in sé i caratteri espressi dai rispettivi partiti negli ultimi mesi. Quella leghista è il lascito di una considerazione del Governo Monti, condivisibile o meno che sia, ma in ogni caso ben delineata. Quella pidiellina sembra un vano tentativo di mascherare un rinnovamento a cui in pochi credono. Un suggerimento fumoso. Come se cambiare nome ad una formazione politica voglia dire cambiarne i connotati e le caratteristiche originarie.

Sia la Lega, sia il Pdl provano a riprendersi dopo gli scandali giudiziari che hanno coinvolto e abbattuto i loro leader, Bossi e Berlusconi. Il processo di “elaborazione del lutto”, tuttavia, è stato profondamente diverso. Le camicie verdi hanno messo da parte il loro fondatore e hanno provato a dare un nuovo corso al loro movimento, dando vita a quella che è stata definita “Lega 2.0”, abusando forse di un linguaggio informatico che ben poco ha a che vedere con quello politico. Un’esperienza diversa non solo nella sostanza ma anche nella forma, non leaderistica ma basata sulla valorizzazione dei contenuti programmatici e su un rapporto differente con i militanti: addio alla simbologia leghista e confronto diretto con le problematiche più vicine agli elettori.

Un esempio su tutti può far capire quanto la Lega di Maroni abbia voluto rompere con il passato: negli scorsi mesi l’attenzione per il raduno storico di Pontida si è trasferita sugli Stati generali del Nord, una manifestazione in cui il partito ha posto al centro cittadini e imprenditori. E sono state queste due categorie a bombardare di domande uno dei tanti ospiti, il ministro Passera, costretto ad un confronto serrato su questioni reali e vissute, con risposte secche a domande altrettanto dirette.

Il Pdl, invece, non è ancora riuscito nella sua opera di “parricidio”. Nonostante Berlusconi abbia stabilito di non candidarsi a premier, la sua decisione è giunta dopo una lunga attesa e, persino oggi, non si basa su certezze determinanti, proprio perché il Cavaliere ha talmente abituato gli italiani alle sue giravolte che è davvero difficile dargli piena fiducia. Le sue uscite mediatiche, come quella plateale conferenza stampa-sfogo, seguita alla condanna in primo grado per il processo Mediatrade, sono un esempio di quanto gli riesca difficile abbandonare il campo, come invece ha fatto da mesi il suo omologo Umberto Bossi.

Il Senatur è riuscito ad abbandonare la scena per il bene della sua creatura, intesa come un progetto politico che va al di là di chi l’ha realizzata e fatta crescere. Non come il Pdl, di cui si paventa la morte fin dal momento in cui i suoi vari colonnelli hanno dato impressione di mettere in soffitta il loro padre-padrone.

Nella Lega sono le idee e i contenuti ad andare avanti, al di là di chi le rappresenti, perché dietro quel movimento alberga un progetto politico ben preciso. Caratteristica che, evidentemente, manca ad un gruppo nato dalla mente di un imprenditore e annunciato da un predellino. Ciò tuttavia non vuol dire che i vari rappresentanti di questa parte del centro-destra siano incapaci di fornire risposte politiche alle varie questioni poste dall’attualità italiana. Anzi è vero il contrario: il Pdl ha al suo interno un patrimonio di esperienze personali e cultura politica da far invidia a tante altre formazioni presenti o no in Parlamento.

Ciò che manca loro è il coraggio di staccare la spina dal proprio fondatore e dare vita ad un campo moderato, liberale e conservatore la cui esistenza non può che far bene all’intero sistema politico italiano. Ad Alfano sembra ancora mancare la volontà che finora sta caratterizzando Maroni, ma le primarie del Pdl potrebbero essere un ottimo strumento per mettersi alla prova e sancire definitivamente la fine del suo status di “delfino” e mostrare a tutti quel “quid” in più che qualcun altro ha osato negargli.

Tratto da International Post.

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