Finanza - Economia

Pensioni e povertà nell’Italia che regredisce

Giovani precari. E gli anziani? Anche. In base alle cifre indicate nel bilancio sociale dell’Inps si rende evidente il fatto che ben 7,2 milioni di italiani percepiscono un assegno di pensione inferiore ai mille euro. Un tale numero può dire tutto e nulla allo stesso tempo ma, se si specifica che rappresenta oltre la metà dei pensionati del nostro Paese, il dato inizia a meritare una riflessione più approfondita.

In termini percentuali la situazione è questa: il 17% riesce a sopravvivere (?) con meno di 500 euro, il 35%, invece, incassa al mese tra i 500 e i 1000 euro. Sommando i due dati, quindi, risulta evidente che il 52% ha una pensione in cui i tre zeri sono quasi un sogno.

Quanti sono, però, i “ricchi”? Il 24% della platea pensionistica ha riceve una somma variabile tra i mille e 1500 euro, mentre solo il 2,9% va oltre i tremila euro. Ricordiamolo: il 17% dei pensionati rappresenta i “poverissimi”, il 2,9% i “ricchissimi”. Una differenza forse fin troppo elevata, che certifica quanto la grande fascia intermedia sia in realtà spostata verso il basso. Verso la soglia della povertà.

Certo, esistono particolari differenze in queste cifre, ad esempio in termini di genere e geografici. Secondo l’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, infatti, il reddito pensionistico medio lordo mensile del 2011 erogato dallo stesso ente e dagli altri enti previdenziali era di 1.131 euro. Questa è appunto una media, per cui quello degli uomini raggiunge 1.366 euro, mentre quello per le donne si ferma a 930. E ancora: 1.238 per il Settentrione, 1.193 per il Centro e appena 920 per il Sud Italia. Lasciamo all’immaginazione, quindi, che livelli possa raggiungere una donna del Meridione.

Dal bilancio sociale colpisce anche lo status quo delle famiglie e delle lavoratrici. Nel primo caso va notato il calo del potere d’acquisto: tra il 2008 e il 2011 è sceso del 3,8%, rispetto al 2007 addirittura del 5,2%. In pratica le famiglie possono permettersi di spendere sempre di meno e ciò porta inevitabili effetti sull’intero sistema economico.

Conseguenze visibili anche nella scelta del tipo di lavoro. Negli ultimi anni quello della colf era diventato simbolo di un cambiamento sociale: ad occuparsi degli anziani e della casa non erano più tanto le donne italiane quanto piuttosto quelle straniere. Bene, l’Inps registra un’inversione di tendenza in tal senso: nel 2008 domestiche e badanti di nazionalità italiana erano 119.936, cresciute in tempi di crisi fino a 134.037 nel 2009, 137.806 nel 2010 e 143.207 nel 2011, In altre parole, o cifre, 23.000 in più di tre anni, quasi il 20%.

Questi dati forniti dall’Inps, così come quelli altrettanto sorprendenti che periodicamente fornisce l’Istat, colpiscono in quanto fotografano la realtà italiana con una nitidezza che sembra lontana anni luce da quella fornita dalla politica e dai mass media, abituati ad avere una visione globale dell’economia.

Un’impostazione di analisi che si scontra inevitabilmente con le sensazioni della vita quotidiana: gli italiani la crisi la sentono sulla loro pelle. E quando quella pelle è dura per l’esperienza e le prove della vita, di cui l’uomo ha sentore solo in tarda età, quando la crisi colpisce chi ha difficoltà nel vedere il domani anche solo per ragioni anagrafiche, le difficoltà si sentono ancora di più.

Tratto da International Post

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