Politica

Una politica senza nome

Casini nel simbolo UdcSono contrario ai partiti personali, quindi sono contrario al mio nome nel simbolo”. E ancora: “Siamo alla ricerca di un simbolo e nome, e vogliamo farlo senza alcun riferimento alle persone perché le cose che rimangono non sono legate alle persone. Le persone passano, le tradizioni politiche ideali rimangono e si radicano nel paese se sono tali”. Era il maggio 2010 e in conclusione di un seminario a Todi Pier Ferdinando Casini annunciava la decisione di togliere il proprio nome dal marchio dell’Unione di Centro.

Cosa successe? Nulla, il suo cognome rimase incastonato nell’immagine dello scudo crociato. Ma senza perdersi d’animo il leader centrista ci riprovò dopo più di due anni. L’Udc in pompa magna presentava alla festa di Chianciano il nuovo simbolo. L’idea era di Casini e veniva subito approvata dall’esecutivo nazionale del partito: togliere il nome del politico e sostituirlo con “Italia”. Insomma una svolta per questa formazione, che si apprestava così ad affrontare le elezioni del 2013 con una veste rinnovata.

Almeno fino a quando non sono state presentate le liste al Viminale. Quando l’elettore si recherà alle urne, infatti, troverà nuovamente il nome di Casini a ricordargli a chi potrebbe accordare la propria fiducia contrassegnando con una matita quell’immagine. D’altronde non sarà certo la prima volta che lo avrà visto, dal momento che  tutta Italia è tappezzata di manifesti che lo riproducono in dimensioni variabili ma in ogni caso evidenti.

Senza fossilizzarsi su Casini e l’Udc va riconosciuto che una tale pratica è ormai diffusa in tutte le organizzazioni partitiche che si presentano ai cittadini. Tutti i partiti hanno il nome del proprio leader nel simbolo: il Pdl, la Lega, Sel, l’Idv, Movimento 5 Stelle, Rivoluzione Civile, La Destra, Fli, il Pd. No, il Pd no.

I democratici hanno deciso di fare di questa scelta un proprio cavallo di battaglia per differenziarsi dagli avversari. La decisione è tutta di marca bersaniana, perché con Veltroni nel 2008 il Pd operò diversamente. Le intenzioni di Bersani sono chiare: far prevalere il gruppo piuttosto che la persona, perché l’Italia, in questo particolare momento di crisi economica e sociale, ha bisogno di un’azione di squadra piuttosto che un improbabile ennesimo salvatore della Patria.

La battaglia portata avanti dai progressisti è contro la personalizzazione della politica. Un modo di intendere il dibattito pubblico basato sulle proposte da offrire agli italiani, sulle idee quindi, non sulle persone che intendono portarle avanti. La sfida non è facile da affrontare per una serie di motivi. Il fenomeno, infatti, è ormai radicato in Italia da decenni, avviatosi negli anni ’80 e poi definitivamente esploso nel decennio successivo con il boom della televisione, l’avvento della politica mediatizzata e la discesa in campo del guru della comunicazione televisiva Silvio Berlusconi.

Non sarà facile anche perché, come detto, sono molteplici i partiti che non rinunciano ad una pratica del genere. Si pensi ad esempio alle camicie verdi che devono far dimenticare al popolo leghista l’era di Bossi, sostituendo il nome del Senatùr con quello di Maroni e aggiungendo, non contenti, quello di Tremonti; e non si dimentichino i nuovi personaggi di questa competizione: quel Mario Monti che ha fatto del suo cognome una sorta di marchio di garanzia, accostandolo ad entrambi i simboli utilizzati per la Camera e il Senato, e quell’Antonio Ingroia che tenta di far dimenticare con la propria effigie i partiti ideologizzati che sostengono la sua Rivoluzione Civile.

Queste elezioni, inoltre, si sono caratterizzate anche per un altro fenomeno, sempre legato al nome nei simboli: quello delle liste civetta prima accettate e poi, in alcuni casi, escluse dal Ministero dell’Interno. Ha giocato proprio in questa direzione, ad esempio, Samuele Monti, omonimo del premier uscente che ha pensato bene di sfruttare al meglio questo carattere ereditario. O anche Massimiliano Foti che al contrario ha presentato un segno identico a quello del Movimento di Grillo, senza però il nome del comico.

Mai come ora l’Italia ha bisogno di nuove proposte per rilanciarsi, nuove idee valide per il futuro e che travalichino la fugacità della persona che le lancia. Bersani lo ha detto chiaro: “Pur non essendo stato scelto come candidato premier da solo, io sono l’unico a non aver messo il nome nel simbolo. Sistemi organizzati su una persona che spesso si sceglie da sola sono un tumore che rendono la democrazia ingessata, inefficace e impotente. Nel Pd Bersani c’è per un po’ ma il Pd ci sarà tra 20-50-100 anni”.

La parola ora spetta agli elettori. Meglio un nome brillante o una proposta duratura e condivisa?

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