Politica

Casapound: Abusivi e violenti contro la violenza e l’abusivismo?

CasapoundSimone Di Stefano, candidato premier alle politiche e governatore del Lazio alle regionali, per Casapound, ha tenuto la sua conferenza stampa nelle tribune regionali messe a disposizione dal TgR Lazio per le elezioni politiche di febbraio 2013.

Tra le tante proposte snocciolate ha lanciato quella di una migliore gestione degli spazi elettorali messi a disposizione per i partiti. Si è fatto riferimento all’annosa questione dei maxi-manifesti che tappezzano la città di Roma e l’intera Regione, spesso abusivi e posizionati in luoghi non consentiti.

Di Stefano propone, allora, di regolamentare tali spazi assegnandone una quota ben definita a ciascun richiedente. Una proposta pienamente condivisibile.

Ciò che non quadra è la pratica che da sempre caratterizza Casapound: i “fascisti del terzo millennio”, come preferiscono essere definiti, non sono nuovi nell’occupazione di spazi pubblici che di politico hanno ben poco, dalle poche cabine telefoniche rimaste ai cassonetti dell’immondizia, oltre a quelli per la raccolta di abiti (come quello in foto).

Il candidato, tuttavia, verso la fine dell’intervista riconosce che il suo movimento è criticato per questa abitudine di stampare manifesti cartacei e affiggerli in posti non consentiti.

Qualsiasi elettore, a questo punto, potrebbe porsi giustamente una questione di credibilità: non sembra essere contraddittorio proporre soluzioni democratiche e fattibili ma proporsi con comportamenti illeciti?

Altra questione affrontata in questa occasione televisiva è quella del modus operandi di Casapound. La domanda della conduttrice recava in sé, in realtà, un che di fazioso: Qual è il vostro rapporto con la violenza?, elencando poi una serie di episodi di cronaca che in Italia e soprattutto a Roma hanno visto coinvolti i loro militanti. Casi di scontri politici con gli anti-fascisti militanti, proseguiti poi in processi giudiziari e in seguito con condanne, seppur non ancora definitive. Condannati, nei primi gradi di giudizio, che hanno trovato poi posto nelle liste elettorali.

Di Stefano prova innanzitutto a deviare la domanda, chiedendosi piuttosto quale è il rapporto di Casapound con la giustizia: nel tentativo di motivare proprio la presenza di condannati nella competizione politica asserisce di attendere la decisione definitiva. Posizione comprensibile. Troppo spesso dimentichiamo che un cittadino italiano è innocente finché non viene espresso il terzo e ultimo giudizio. Certo, si porrebbe una questione di opportunità politica nel presentare tali candidati. Questione che anche altri partiti, come il Pdl, si sono posti, con la ben nota discussione sugli “impresentabili”. Ma queste sono analisi che i neo-fascisti avranno condotto  al loro interno e saranno solo i cittadini a decidere se dar loro fiducia o no.

Ciò che colpisce, invece, è il tentativo di giustificare l’uso della violenza da parte dei militanti. Il candidato premier sostiene che non si tirano indietro a quello che definisce “confronto” nel momento in cui vengono attaccati da esponenti della sinistra estrema e dei centri sociali. In fondo si tratta della difesa a tutti i costi delle proprie opinioni.

Poi che per farlo si usi la forza bruta non importa. Altro che non-violenza di gandhiana memoria.

In definitiva, è presente nelle loro stesse parole l’anti-democraticità professata da un movimento che deciso di entrare a far parte di istituzioni democratiche. In fondo, il bello della democrazia è che consente loro di farlo. Ed è giusto che lo facciano. Ma la violenza non può e non deve essere accettata da nessuno, che ci si trovi ad attaccare o difendersi nel vero confronto politico.

Sia chiaro ancora una volta, qui si fanno semplici disquisizioni politiche.

Saranno gli elettori a dare l’ultima parola, con il loro voto. Democratico davvero.

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