Racconti Metropolitani

RaccontiMetropolitani – Episodio Tre: Lo sciopero

metroChi vive a Roma sa benissimo di poter contare su delle certezze che offre la Capitale: come il suono della campana di una qualsiasi delle infinite chiese; come i venditori di ombrelli che sbucano come funghi all’imbocco della metro non appena una goccia di pioggia raggiunge qualche sampietrino; come le speranze domenicali dei tifosi romanisti nel sentire urlare da qualcuno un emozionante “TottiGo” (corrispondente, si badi bene, non al (to) go di anglosassone derivazione, ma ad un semplice troncamento del termine goal: a Roma ci si stanca anche di parlare e alcune consonanti in finale di parola risultano generalmente superflue).

Tra le tanti sicurezze, dicevo, vi è quella per i viaggiatori metropolitani di dover affrontare almeno una volta al mese uno sciopero generale dei trasporti pubblici. E quell’almeno una volta non è un intercalare della penna informatica, ma l’effettiva realtà: si deve essere fortunati a non avere a che fare con un duplice o triplice appuntamento nell’arco dei trenta giorni lavorativi con il blocco dei mezzi.

E si è a propria volta fortunati se lo sciopero proclamato è solo di poche ore. In quel caso il disagio si crea “soltanto” nelle ore mattutine, ma almeno il ritorno, sempre che coincida con orari salvi dalla condanna, almeno la tranquillità del ritorno è assicurata. In caso contrario, cioè se lo sciopero dura 24 ore, allora sì, sono problemi. Altro che tranquillità, è la rogna ad essere assicurata. L’importante, però, è non perdere mai la calma. Sono previste, infatti, delle salvifiche fasce di garanzia in cui il servizio deve essere garantito.

Proprio tali fasce, tuttavia, non fanno altro che arrotondare in parte il problema, che sempre spigoloso rimane. A quel punto, infatti, il dilemma non è più se si arriverà o no a destinazione, ma come ci si arriverà, in quali condizioni psico-fisiche. Perché ovviamente quelle saranno le ore di maggiore calca e il sardina-style va assolutamente messo in conto. Ecco, più che il Parlamento, dovrebbe essere la metro nei giorni di sciopero ad essere aperta come una scatoletta di tonno.

Un tale contesto non può che far salire il nervosismo in chiunque varchi la soglia del vagone. Anche nella persona più tranquilla del mondo inizia a girare qualcosa nelle parti inferiori. Chi si trova a dover entrare non bada per alcun motivo a chi si trova all’interno, l’importante è spingere, anche se qualcuno si farà male. “E’ troppo tempo che aspetto, devo sbrigarmi, devo entrare obbligatoriamente”.

Ecco, “devo sbrigarmi”. Come se tutti gli altri passeggeri avessero così tanto tempo da perdere da consentirsi un viaggio di piacere in metro nel giorno di sciopero. Allo stesso modo, però, è in difficoltà anche chi deve uscire. Questo perché, lungi dal mettere in pratica il consueto e gentile “Non si preoccupi, la faccio scendere”, vige l’imperativo di restare fermi, come mummie. Quando qualcuno deve uscire, i passeggeri si trasformano in perfetti inebetiti che devono ancora capire di essere al mondo e restano lì impantanati, o per un’improvvisa demenza o perché semplicemente compiere anche il minimo passo vuol dire perdere quel posto, o quella comodità, conquistati a forza di dure gomitate e spingi-spingi generali.

Gli abitanti della metro romana sono ormai così assuefatti dallo sciopero dei trasporti pubblici che in loro non sorge minimamente qualsiasi domanda che possa approfondire la questione. Curiosità relative, ad esempio, alle sigle sindacali che lo indicono, o i motivi per cui lo fanno, o le situazioni in cui versano i lavoratori che decidono di metterlo in opera, sono sorte in loro solo la prima volta in cui si sono trovate a che fare con un blocco dei mezzi. E sono semplicemente scomparse dalle loro riflessioni subito alla seconda occasione di sciopero. Sono domande, quindi, che hanno una possibilità di vita, se sono fortunate, pari ad un mese.

Su questa assuefazione giocano sia i mezzi di informazione, sia i dipendenti coinvolti stessi. Per quanto riguardo i mass media, da quelli generalisti a quelli locali, passando per la free press metropolitana, si limitano praticamente a fornire in un piccolo spazio gli orari di sciopero e quelli di servizio garantito. Tutto il resto è inchiostro e tempo sprecato. Per quanto riguarda i secondi, invece, a loro giova mantenere una tale situazione. Se gli utenti dei trasporti pubblici fossero davvero informati su quanto succede in questo settore lavorativo potrebbe scattare una rivoluzione di indignazione generale senza precedenti.

Sui motivi degli scioperi bisognerebbe scrivere pagine intere, e non è certo questo lo spazio più adatto per fare lezioni di relazioni sindacali. Voglio solo porre l’accento sul fatto che nel settore dei trasporti pubblici le giornate di sciopero convengono paradossalmente persino alle aziende. Minori spese per il servizio non erogato e parti di stipendio degli scioperanti garantiti dallo Stato sono ricavi non male. Le uniche perdite sono quelle davvero esigue derivanti dalla mancata vendita dei biglietti per i singoli viaggi quotidiani. Gli introiti degli abbonamenti mensili ed annuali sono già garantiti. Insomma l’azienda non ha nulla da perdere, anzi. Stesso discorso vale per i lavoratori. Che poi si creino disagi per gli utenti a chi interessa davvero? Quindi andiamo avanti così. Anzi no, non andiamo da nessuna parte perche siamo sempre fermi.

Ehi sardina, prossima fermata? Facciamo la prossima, va, non mi sento proprio sicuro su questa metro…

 

PS: Mi piace pensare ai lettori di questo post mentre si trovano ad affrontare una giornata di blocco dei mezzi o mentre stanno rientrando. Nel primo caso: in bocca al lupo. Nel secondo: bentornati a casa. Ad ogni modo non perdete la pazienza. Per il prossimo sciopero c’è ancora tempo (?).

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  1. Pingback: RaccontiMetropolitani – Episodio Cinque: L’acqua | Ho deciso di scrivere - maggio 22, 2013

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