Vita vissuta

Democrazia della Felicità

2013-09-14 21.39.34Eppure sono sempre più convinto del fatto che per alcune persone la felicità sia una questione sociale prima ancora che individuale. Quasi come se la propria dipendesse in parte da quella degli altri. In fondo essere felici in un mondo felice soddisfa di più che esserlo in un ambiente triste e sconsolato, quell’ambiente che rischia di mettere in pericolo la nostra gioia.

 

Alcune settimane fa ho partecipato ad una rassegna teatrale a Roma, “Short Theatre 8”, che aveva attirato la mia attenzione per il titolo attribuitole: “Democrazia della Felicità”. Giunto sul luogo ho preso tra le mani la rivista Post.it, mensile di informazione sociomusiculturale, e mi sono precipitato all’articolo sull’iniziativa in questione. Il riferimento ai due elementi, democrazia e felicità, veniva spiegato con le parole del direttore Fabrizio Arcuri: “Vogliamo stare qui, ora, ridefinendo nuove architetture mentali, realizzando un atteggiamento politico. Provando a sovvertire semplicemente la dittatura della necessità, in favore di una democrazia, magari della felicità”.

 

Sorseggiavo poi una birra al Pigneto in compagnia di alcune amiche.Se io sto bene con me stessa riesco a stare bene con il mio compagno”. E tra un’arachide e l’altra riflettevo invece sulla mia indole. Io riesco a stare bene se riesco a circondarmi di persone felici e, ancora meglio, se riesco a rendere felici quelle persone.

 

Ecco: per alcune persone la felicità diventa una missione sociale.

 

Che l’allegria abbia a che fare con la vita quotidiana di un gruppo, di un popolo, di una nazione è noto da tempo, in particolare agli statunitensi che la intesero proprio come diritto di ciascun individuo e vollero inserirla nella propria Dichiarazione di Indipendenza del 4 luglio 1776: “Noi riteniamo che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca delle Felicità”. Senza sminuire tutto e fare riferimento a Will Smith, va riconosciuto che lo Stato si incarica di assicurare alla collettività un diritto che, in quanto inalienabile, non può essere ceduto ad altri: non è un paradosso, semplicemente va garantita a tutti la ricerca della propria felicità. E questa spesso dipende da un particolare rapporto di simbiosi positiva che instauriamo con le persone che entrano a far parte della nostra vita. Se si riesce ad essere felici con il prossimo, è anche vero che alcune persone sono in grado di far vivere attimi intensi di gioia e che altre ancora vivano questa capacità come un impegno innato, costante, naturale e per nulla opprimente.

 

Da alcuni giorni penso ad una figura in particolare: quella del pagliaccio. Un individuo il cui scopo del suo essere è quello di far ridere gli altri. Col serio pericolo di essere incapace di vivere la propria intimità di dolori e sofferenze, perché costretto a dare di sé sul palco sempre e soltanto un’immagine gioiosa. Come non ricordare l’opera lirica Pagliacci, scritta da Ruggero Leoncavallo a fine Ottocento e resa famosa dalla prima incisione discografica di Enrico Caruso all’inizio del secolo successivo? Nell’aria Vesti la giubba, il protagonista Canio è costretto a recitare una commedia dopo aver saputo del tradimento della moglie Nedda. E canta così: “Bah! sei tu forse un uom? Tu se’ Pagliaccio! Vesti la giubba, e la faccia infarina. La gente paga, e rider vuole qua. E se Arlecchin t’invola Colombina, ridi, Pagliaccio, e ognun applaudirà! Tramuta in lazzi lo spasmo ed il pianto, in una smorfia il singhiozzo e ‘l dolor”.

 

E per tornare ai giorni nostri mi viene in mente il Pagliaccio di Mannarino: “Signori miei, io nun posso piagne per questioni di sicurezza nazionale. Che se me metto a piagne io…Se io me metto a piagne… S’allagherebbe tutta Roma, te porterei in gondola a piazza Navona…”.

 

No. Il pagliaccio a cui penso io è piuttosto quello interpretato da Hunter Adams, il medico americano che i più conosceranno per aver ispirato il film “Patch Adams” in cui recita il buon Robin Williams. Ma che gli studenti di medicina conosceranno soprattutto per la sua rivoluzione sociale nel rapporto dottore-paziente. Autore di una teoria della felicità, Adams ha dato il via alla clownterapia: quel tipo di assistenza sanitaria basata sull’assunto che non siano soltanto i farmaci a poter alleviare le sofferenze della vita, quanto piuttosto l’utilizzo dell’umorismo. Adams scriveva: “L’humour è l’antidoto per tutti i mali. Credo che il divertimento sia importante quanto l’amore. Alla fin fine, quando si chiede alla gente che cosa piaccia loro della vita, quello che conta è il divertimento che provano, che si tratti di corse di automobili, di ballare, di giardinaggio, di golf, di scrivere libri. La vita è un tale miracolo ed è così bello essere vivi che mi chiedo perché qualcuno possa sprecare un solo minuto! Il riso è la medicina migliore”.

 

Può bastare un pizzico di simpatia per alleviare i dolori dell’uomo e in alcuni casi particolari alleviare la complicata strada che lo porta alla fine dei suoi giorni.

 

Eppure mi rendo conto che non è il clown a poter rappresentare la “Democrazia della felicità”. Perché in fondo resta un personaggio di una commedia che non è reale. Il cerone bianco e il naso rosso fanno parte di un trucco, di un travestimento. Insomma: quanto più lontano possa esserci dai costumi di una vita sociale, dove la felicità, per essere democratica, deve assumere una dimensione collettiva e non restare ancorata nei meandri solitari di un individuo.

 

Per essere un potere di tutti la felicità deve però necessariamente partire dal singolo e trasformarsi poi in una sensazione olistica. Quasi come fosse una droga, una sensazione di euforia che coinvolge il mondo intero. Una situazione stupefacente in cui il pusher non chiede nulla in cambio perché la sua stessa azione benefica riesce a metterlo a suo agio, a soddisfarlo, a farlo vivere bene, in poche parole a renderlo felice.

 

La felicità come missione sociale. E così: una vita sarà stata davvero degna di essere vissuta se anche solo per almeno una volta saremo stati in grado di far nascere negli altri un sorriso.

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