Vita vissuta

Manifesto di speranza per una società decadente

ccSpesso mi è capitato di prendere parte a discussioni in cui ritrovavo tutti gli elementi dei Roaring Twenties, i ruggenti anni ’20, epoca storica ben descritta in tutte le arti e caratterizzata da una società attiva e splendente, alla costante ricerca del benessere, dell’attimo fuggente, della costante attenzione per il presente e della visione superficiale o la completa cecità per il futuro. Un periodo di feste e divertimenti come quelli che Scott Fitzgerald ci ha raccontato nei suoi libri. Un decennio che ha trovato poi culmine nella più distruttiva crisi economica che il mondo occidentale abbia conosciuto finora.

Non credo di soffrire della sindrome dell’epoca d’oro, quella che il ‘mister-so-tutto-io’ di Midnight in Paris definisce così:

“La nostalgia è negazione, negazione di un presente infelice. E il nome di questo falso pensiero è sindrome epoca d’oro, cioè l’idea errata che un diverso periodo storico sia migliore di quello in cui viviamo. Vedete, è un difetto dell’immaginario romantico di certe persone che trovano difficile cavarsela nel presente”.

 

Credo semplicemente che molti degli aspetti di quel periodo siano riscontrabili anche nei giorni nostri. La differenza è che, mentre allora tutto splendeva di luci e paillettes e la consapevolezza della futilità di quei momenti arrivò solo dopo, noi siamo già in una fase di perenne oscillazione tra l’ubriacatura da primo spettacolo e il rendersi conto di quanto sia ormai evidente uno stato generale di decadenza personale e sociale.

Non è solo una questione generazionale, perché questi sentimenti permeano età differenti, dall’anziano che finora ne ha già viste di cotte e di crude e critica il fatto che sostanzialmente non è cambiato nulla dalla propria condizione giovanile, fino al giovane quattordicenne che si insinua con il suo fisiologico spirito rivoluzionario nel mondo degli adulti.

Siamo una società decadente. E decadenza è stata negli scorsi mesi la parola-chiave che ha riempito i prodotti dei mezzi di informazione. Prevalentemente per questioni politiche. Ma in Italia, lo sappiamo bene, il discorso politico permea appieno quello sociale (il problema è che spesso non accade il contrario).

Ma cosa intendiamo per decadenzaLa Treccani fa riferimento all’aspetto giuridico: “Perdita o cessazione della titolarità di un potere, di una carica, di un ufficio a seguito del sopravvenire di talune cause che ne impediscono il regolare esercizio”. Ma nel senso generale la definisce come: “progressiva diminuzione di prosperità, floridezza, forza, autorità e sim., in una persona (soprattutto con riguardo al valore artistico o alle facoltà creative), in un popolo, in un’istituzione, in una civiltà”.

Sempre più spesso mi trovo a interloquire con persone che dietro un sorriso nascondono un profondo disagio. Un disagio che riguarda diversi ambiti. Chi di voi non ha mai avuto a che fare con qualcuno che vive male la propria situazione lavorativa? Disoccupati, sottostimati, precari, cassintegrati, licenziati, esodati. Sfido chiunque a non avere almeno un rappresentante di queste categorie tra le consuete frequentazioni. Uomini e donne che hanno enormi difficoltà a gestire il presente, figuriamoci ad organizzare il futuro. Un oggi difficile e un domani sempre più improbabile. Diventa quasi da eroi fare progetti a lungo termine se solo ci si presenta l’incubo quotidiano che tutto possa finire al vento. Un lavoro stabile è storicamente un appiglio per chiunque affinché si fissino obiettivi per il venire.

Ma non è solo la questione occupazionale a creare disagio. Bisogna scendere anche nel personale e nell’intimo di ognuno di noi. In diversi casi una sensazione di perenne insoddisfazione ci è data dalle amicizie, dai legami affettivi e dall’assenza di essi. Insanabili delusioni. Comportamenti altrui che mai avremmo pensato di meritare. Le azioni degli altri ledono la nostra personalità. E basta confrontarsi con qualcuno per rendersi conto che non è una questione relativa solo a noi. Riguarda talmente tante altre persone che viene da pensare ad una moderna costante sociale.

Persino i luoghi che ci circondano possono creare disagio. Quanti di noi vorrebbero a volte scappare altrove? Abitanti di piccole realtà cittadine che sognano i grandi centri, cittadini metropolitani che desiderano invece una maggiore tranquillità, e italiani che, stanchi di questo Paese, vorrebbero emigrare all’estero. Perché vogliono. Sempre più spesso perché devono, si sentono costretti a farlo. «Me ne voglio andare da Roma – mi hanno detto una volta – ormai non la sopporto più». Quanto di più lontano dal mio pensiero, ad esempio, io che dalla Capitale non sfuggirei mai.

E come non prendere in considerazione l’arte del tempo? Prendiamo la musica: sono convinto che star come Adele e soprattutto Lana Del Rey non avrebbero avuto lo stesso successo di oggi se fossero appartenute ad un periodo diverso da quello che stiamo vivendo. Canzoni le cui note scientificamente inducono chi le ascolta a provare forti emozioni (come nel primo caso). Temi esistenziali nei testi, uniti ad una voce che riesce a creare epicità alle parole (come nel secondo esempio). Choose your last words/ This is the last time/ Cause you and I/ We were born to die. Versi che vanno contestualizzati, in una canzone che in realtà richiama un amore indimenticabile, un amore da film che ognuno di noi vorrebbe vivere come la storia fantastica di un amore reale principesco, come una favola realmente vissuta.

Prendiamo la passione per l’arte fotografica. Quanti di noi hanno fatto o avrebbero voluto fare una foto alle proprie spalle modificando il consueto punto di vista? L’oggetto della foto non è tanto il paesaggio o la situazione che vogliamo immortalare, ma la nostra stessa presenza dedita in quella osservazione. Siamo noi i protagonisti dell’immagine. Chi ci osserva guarda noi mentre ammiriamo ciò che vorremmo si vedesse. Diventiamo l’elemento di intermezzo tra l’osservatore e l’osservato. Una posizione che si riflette anche in una dinamica cronologica: è come se noi rappresentassimo il presente, il cui sguardo si prolunga sul futuro, ma l’obiettivo della macchina resta dietro di noi, come a rappresentare il nostro passato. Questo tempo decadente ci tiene in trappola e noi tentiamo in qualche modo di scardinarne l’oppressione.

E a proposito di foto decadenti: cosa immaginate se vi invito a riflettere sull’Isola del Giglio? Il primo pensiero andrà sicuramente alla Costa Concordia. Quel mostro marino ha inghiottito in un solo colpo l’intera isola. Non in senso fisico, ma nella sua essenza. Il Giglio è divenuto socialmente il luogo della nave naufragata. Un vero peccato per quella meraviglia naturale che nulla può contro l’imporsi della cronaca. Non è soltanto una questione mediatica. Lo dimostra quello strano turismo che ha caratterizzato la zona. Piuttosto che lo spettacolo isolano tutte le foto erano rivolte alla Concordia. A volte persino con un sorriso quasi beffardo della tragedia di quella maledetta sera. Foto decadenti.

Ma siamo davvero costretti alla decadenza perenne? Siamo davvero sicuri che non ci sia una soluzione a questo disagio personale e sociale?

In una società abbagliata dalla spensieratezza, dal divertimento frenetico, dal lusso ostentato e dal continuo sproloquio, Gatsby si differenziava da tutti gli altri. La sua vita aveva davvero una meta importante che la rendeva degna di essere vissuta. Tutto ciò che egli faceva, fin nei minimi particolari, era soltanto in vista di un obiettivo: l’amore eterno e positivamente totalizzante per la sua Daisy.

Era l’amore a renderlo Grande. Il Grande Gatsby.

Ecco quale potrebbe essere la soluzione alla nostra decadenza. O meglio una della soluzioni. Sarà l’amore a salvare le nostre vite. E non si tratta di fare i romantici sdolcinati della situazione. Perché in questo caso l’amore va inteso nel senso più ampio possibile.

Questa nostra vita decadente può essere salvata solo se in essa riusciamo a trovare un senso, un obiettivo da raggiungere. E il nostro deve essere un impegno continuo e minuzioso verso quella direzione. La nostra è una società che si è fin troppo concentrata sul presente. L’hic et nunc deve allora necessariamente sostituirsi alla lungimiranza. Perché il benessere e la felicità del momento possono trasformarsi in una facile illusione. La vera missione dell’uomo dovrebbe essere quella di prolungare nel tempo la meraviglia dell’istante. E l’unico modo è alzare gli occhi da terra e guardare lontano. Solo così potremo trasformarci in uno di quegli emigranti descritti da Baricco in Novecento e nel film La Leggenda del Pianista sull’Oceano.

Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa… e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire… Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi… Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo… la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando, semplicemente, sul ponte… magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni… alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare… e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America.

 

Ecco, dovremmo tutti trovare l’America della nostra esistenza.

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