Vita vissuta

Che se ne tornino al loro paese.

Ormai è l’1:30. Sarebbe un sabato mattina, ma ti sembra ancora che sia venerdì sera. Piazza Vittorio Emanuele a Roma si tinge di buio nero. Il silenzio è interrotto solo da qualche auto che ogni tanto disturba la quiete.

Fonte: Luca Mattei

Fonte: Luca Mattei

La serata volge al termine. E come spesso accade si conclude con le passeggiate con gli amici sotto i portici, a parlare del più e del meno, di cose spicciole e massimi sistemi. E calcio e donne ovviamente. Passi sotto casa e non puoi far altro che notare i soliti senza-tetto stranieri che, muniti di sacco a pelo, coperte e cartoni, si apprestano a porre fine ad un’altra giornata infernale, trascorsa girovagando chissà dove nella Capitale. Ormai è più di un mese che accompagnano i miei ritorni a casa, nei pressi del mio portone. Ma l’occhio cade su ciò che più di inconsueto c’è: uno di loro ha un libro tra le mani. E’ un dizionario Oxford, sembra sia Inglese-Italiano. Imparare la lingua è davvero fondamentale. Però stupisce quell’immagine. Perché nell’ignoranza non assoceresti mai quella situazione ai confini della società con il mondo della cultura e della conoscenza. Proseguono i giri intorno alla piazza. Finché ti rendi conto che “s’è fatta ‘na certa”, come direbbero i “pischelli” romani. Si è fatto tardi ed è meglio rientrare. “Ciao ragà, ci sentiamo per domani”. Prendi le chiavi e pensi a quel letto che ti aspetta. E mentre giri la chiave lo sguardo cade ancora una volta su quegli uomini stesi per terra che un letto non ricordano più cosa sia da tempo. “Ehi amico”, squilla una voce a breve distanza incurante di poter svegliare i dormienti. “Ma questi quanto pagano d’affitto?!”. Un uomo di colore si avvicina a me barcollando. Basta che apra la  bocca giusto un po’ per rendermi conto che ha sostituito allegramente l’acqua col vino. “Ma quale affitto! Intanto, poveri loro, dove se ne vanno?” gli rispondo, anche con la paura, non vi nascondo, che gli eventi possano prendere una brutta piega, e così subito rimetto il telefono, che prima avevo in mano, in tasca. “Hai ragione amico”, mi dice invadendomi di aria alcolica, “Io sono del Nord Africa, ma questi sono stronzi”…”Ma che se ne tornino al loro paese”. Prende e se ne va. Varco la soglia di casa. Provo a dormire. E intanto rifletto sugli impensabili aspetti di quella che dovrebbe essere l’integrazione.

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