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Ma a che serve oggi un partito?

La domanda, ovviamente, è provocatoria. Ciò che sta accadendo in questi giorni spinge sempre di più però verso un tale ragionamento. Alcune recenti scelte politiche mettono in dubbio l’effettiva importanza dei partiti. Un’importanza che è venuta meno di certo non da poco, ma che è frutto di un lungo processo storico, graduale ma ultimamente sempre più accelerato.

circolo-pdPartiamo dalla base. Articolo 49 della Costituzione italiana: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

I padri costituenti tennero a precisare che uno dei modi per essere decisivi nella vita democratica era quello di iscriversi ad un partito. Queste associazioni avevano il ruolo di farsi da intermediari tra il semplice cittadino e il potere esecutivo e legislativo, Governo e Parlamento.

La nostra storia repubblicana si è caratterizzata per un forte peso dei partiti. Erano loro a dare un indirizzo alla società. Basandosi su ideologie e ideali, alla base della loro azione c’era la consapevolezza della direzione verso cui si voleva far andare il Paese. Essi erano dei veri e propri laboratori politici, in cui aveva luogo una riflessione approfondita su come dovesse essere l’Italia. Erano gli stessi iscritti a determinare, attraverso le idee e le persone che queste idee rappresentavano, la politica del partito.

Soggetti politici come Dc, Pci e Psi hanno basato la propria storia sul ruolo fondamentale dei militanti, coloro che mandavano avanti la macchina organizzativa e rappresentavano lo zoccolo duro nelle elezioni. Tutte le attività dei partiti erano possibili grazie al loro aiuto volontario. Aprire le porte della sezione, distribuire o scrivere direttamente giornali, fare propaganda, invitare da un megafono a partecipare ai comizi, cucinare alle feste. Ogni singola attività era capace di creare una comunità, una famiglia. Militare in un partito voleva dire avere un determinato modus vivendi. E non era solo una mera forza lavoro. Il peso dei militanti era determinante anche nelle scelte politiche che il partito, nei suoi diversi livelli territoriali, compiva.

Oggi questa ricchezza si è andata progressivamente perdendo. A furia di volersi relazionare con la società esterna, “con i cittadini”, si è data meno importanza agli iscritti. Cosa sta succedendo ultimamente nell’unica grande forza politica in cui troviamo il termine “partito” nel nome?

Il segretario Matteo Renzi ha spesso dato dimostrazione di avere un’idea completamente diversa da quella tradizionale di partito. E’ una concezione frutta del tempo in cui viviamo. Gli italiani non credono più nel ruolo di quelle organizzazioni a cui fa riferimento la nostra Carta costituzionale. E ciò per colpa essenzialmente di una classe politica che ha perso di fiducia e credibilità. Tuttavia la domanda di partecipazione alla vita democratica non ha subito grandi variazioni. Ha soltanto trovato risposta in soluzioni diverse. Ultima delle quali quella offerta, ad esempio, dal Movimento 5 Stelle, un gruppo che non ha un radicamento materiale sul territorio, ma basa la sua attività principalmente sulla rete, e che è riuscito a trovare spazio tra gli elettori mettendo in contrapposizione la classe politica con i cittadini.

Già dai tempi del Governo Monti e poi con Letta e ora con Renzi, l’interlocutore pubblico della classe dirigente ai vertici del potere politico non erano i partiti, ma direttamente i cittadini. Attraverso il web si invitava ognuno di loro a dire la propria nella determinazione delle politiche da attuare. Si è proceduto in questo modo ad esempio nel caso della spending review, nella ristrutturazione degli edifici scolastici e in ultimo nelle modifiche da attuare al sistema scolastico.

“Manda la tua idea, la tua opinione, la tua richiesta al sito dedicato o all’indirizzo e-mail appositamente creato”. Sembra non esserci più alcun corpo intermedio tra le stanze decisionali del potere e il corpo elettorale. Molto innocentemente viene da chiedersi perché ci sia bisogno di iscriversi ad un partito, se è possibile interloquire “direttamente” con chi ci governa.

Per collegarci alla stretta attualità interroghiamoci su quali saranno ad esempio i compiti di Francesca Puglisi, neo-nominata nella segreteria nazionale del Pd con la delega a Scuola, Università e Ricerca. Quale sarà il ruolo del partito nell’elaborazione politica della riforma scolastica, se questa è consentita a tutti, senza essere passati prima dal partito almeno nella bozza presentata? Il piano annunciato dal primo ministro è, infatti, frutto di uno studio condotto da lui stesso, il sottosegretario Reggi, il ministro Giannini e tutto lo staff del Miur che nel tempo si è confrontato con studenti, docenti, sindacati. Tra i Democratici, invece, è mancata una discussione complessiva che abbia portato a dire definitivamente: “Sulla riforma della scuola il Pd la pensa così e propone questo”.

Tuttavia in politica sono i numeri a contare. Renzi ha vinto le primarie sia nei circoli, sia all’esterno, per cui la maggioranza ha probabilmente condiviso anche la sua idea di organizzazione politica. Si può certamente restare di un’opinione diversa, anzi si può pensare in modo completamente opposto al segretario. Resta di fondo la necessità, a questo punto evidente a tutti, di dover aprire una riflessione sulla forma-partito. Senza dimenticare che in fondo si tratta di una necessità per chi di quel partito fa parte. Perché bisogna sempre ricordare quanto le discussioni interne siano interesse di pochi, tra politici, militanti, giornalisti e politologi.

Bisogna chiedersi ancora una volta e con sempre maggiore determinazione se ha ancora un senso oggi aprire la porta del circolo e far sì che quel luogo resti ancora un patrimonio pubblico aperto a tutti.

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