Politica

Il Pd ritrovi il senso di comunità

Erano giorni che covavo queste riflessioni e mi piace l’idea che riesca a trovare il tempo di metterle su carta proprio il giorno dell’anniversario del Partito Democratico.

bandiere_pd2611_imgDa diversi mesi a questa parte molti dei militanti del Pd vivono giornate di intenso disagio. Lo avverti nei circoli, lo vedi sui social network. Giorno dopo giorno, c’è un calo di entusiasmo allucinante in quelle stesse persone che il giorno prima avresti potuto vedere per prime varcare le soglie di una “sezione”, a discutere con i “compagni”, a partecipare attivamente alle feste dell’Unità.

Oggi nel dibattito attuale che si assiste nel partito è in fase crescente un sentimento di rivalsa nei confronti di chi la pensa anche minimamente in modo diverso. Non è una questione di area, non si tratta di individuare i buoni e i cattivi nei renziani, nei cuperliani e nei civatiani (per restare agli ultimi -ani in cui si è diviso il Pd). Si tratta semplicemente di constatare quanto, a furia di apostrofare “l’avversario” in modo offensivo, senza tenere alcuna considerazione di ciò che esprime, si finisce per rendere ostile la casa comune.

Quegli epiteti come “gufi”, “vecchia guardia”, senza dimenticare il noto “Fassina-chi?”, quegli inviti a cacciare chi ha votato in modo diverso dal gruppo, rientrano tutti in una retorica che contrappone il noi a loro. Una retorica che ha fatto le fortune di Renzi. Che poi a pensarci bene è la stessa utilizzata negli anni anche da Berlusconi (imprenditore che scende in campo vs i partiti corrotti della prima Repubblica) e da Grillo (semplice cittadino portavoce di un movimento di cittadini vs la casta). Lo spirito della rottamazione, in fondo, è quello. Ed è una retorica che, con spirito molto da realpolitik, può anche avere un senso nel momento in cui si intraprende una battaglia interna per giungere al potere. Se però la si continua ad usare persino quando quel potere è stato raggiunto, con una maggioranza numerica stracciante in qualsiasi sede opportuna, che sia la Direzione nazionale o la Camera dei Deputati, vuol dire che evidentemente c’è qualcosa che non va. Anche perché quel “loro” che viene attaccato rischia di rispondere, come è effettivamente successo, con lo stesso tono e lo stesso linguaggio.

Non si tratta di avere a che fare con persone dello stesso partito che hanno una visione diversa, ma di veri e propri “nemici” politici che vanno osteggiati con tutti i mezzi. O meglio: attaccando direttamente le persone, piuttosto che il contributo politico di cui sono portatrici. Una veemenza che spesso non si trova neanche quando ci si confronta con i veri avversari politici, cioè quelli che sono di opposti schieramenti.

Si badi bene: questa sensazione che il Pd può dare all’esterno, a chi lo percepisce attraverso i filtri mediatici, è la stessa che si avverte anche all’interno, dal primo circolo valdostano all’ultimo siciliano. Non in tutti, ovviamente, è impossibile generalizzare. Ma in molti, moltissimi, si respira quest’aria cattiva. Perché quelle offese rivolte a esponenti nazionali si riflettono giustamente anche in chi compone la base del partito.

Una base, inoltre, che vive come non mai uno scollamento con i vertici. Non solo con la punta dell’iceberg, quel segretario-premier che troppe volte dimentica di essere segretario e ricorda solo di essere premier. Ma anche con i diversi livelli che si trovano al di sopra di essa: interni al partito, come le strutture municipali, le federazioni provinciali e regionali; e amministrativi, dal consigliere di quartiere fino al senatore della Repubblica.

Troppo spesso sembra che per avere voce in capitolo nel Pd non ci sia bisogno di essere iscritto al partito. A decidere di economia serve essere un’economista che scrive editoriali sul Corriere della Sera o un burocrate di Bruxelles. A decidere sui diritti civili ci pensa la magistratura e solo dopo, con un colpevole ritardo, la politica (eventualmente). A decidere sulla scuola, sulla cultura, sono i cittadini tutti, bypassando tranquillamente un lavoro fruttuoso che si sarebbe potuto fare nel partito.

Ecco: nel Pd si sta lentamente sfaldando l’idea di comunità che da sempre lo ha caratterizzato. Non si ha più la sensazione di vivere tutti sotto lo stesso tetto e di voler andare tutti nella stessa direzione: il bene del Paese. Non sembra di avere affianco fratelli che compongono la stessa famiglia e che possono anche pensarla diversamente, ma estremisti pericolosi che rischiano di mettere in crisi il gruppo stesso.

Quando questo sarà compreso da tutti vedrete che la vita interna al partito potrà anche essere meno turbolenta. Fino ad allora non sorprendiamoci di chi inizia a ventilare l’ipotesi di fuoriuscita e di scissione. Capisco quella posizione, ma non la condivido affatto. La comunità a cui voglio appartenere è quella del Partito Democratico. Lo spirito comunitario che ci ha uniti in questi sette anni, pur con tutte le differenze politiche che ci hanno differenziato, deve prevalere. Abbiamo preso parte a diversi congressi nazionali in questo settennato, eppure ogni volta ci siamo sentiti vicini sotto quel tricolore, quelle due lettere e quel ramoscello di ulivo. Non possiamo buttare all’aria questo immenso patrimonio.

Buon compleanno Partito Democratico.

Annunci

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Ultimi Tweet

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: