Politica

PD (e GD) allo specchio

Finalmente il Partito Democratico inizia a fare un po’ di formazione. L’iniziativa Leadership, Partiti, Primarie. Come cambiano in Italia, Europa, Usa, tenutasi il 23 febbraio nella sede di Sant’Andrea delle Fratte, inaugura un ciclo di seminari davvero interessanti.

Antonio Funiciello ©Luca Mattei

Antonio Funiciello ©Luca Mattei

Dopo l’introduzione di Andrea De Maria e Lorenza Bonaccorsi, rispettivamente responsabile Formazione e Cultura della segreteria nazionale del Pd, ci sono stati gli interventi di Sergio Fabbrini “Primarie e partiti: leadership e rinnovamento tra America ed Europa”, Lucia Bonfreschi “Il caso Mitterand: leadership e rinnovamento della sinistra francese”, Stefano Ceccanti “Lo sconvolgimento del sistema dei partiti in Spagna”, Andrea Romano “La leadership politica nella seconda Repubblica: da problema a soluzione” e infine Antonio Funiciello “Pd: quale struttura per quale funzione”.

Come potrete notare dal titolo dei vari discorsi, quelli più politicamente interessanti sono gli ultimi due. E sottolineo politicamente perché mi fanno riflettere sulla possibile distinzione che credo debba esserci tra formazione e politica. Ci rifletto nel momento in cui, con i Giovani Democratici dell’Esquilino, mi appresto ad organizzare una serie di incontri di formazione sul tema immigrazione. Cosa vuol dire formare? Significa fare proselitismo e dettare una linea politica? O forse piuttosto dare nozioni più o meno oggettive ad una platea alla quale si dà la possibilità di formarsi una propria opinione in modo autonomo? Ecco, se è valida la seconda opzione, l’evento del Nazareno poteva fermarsi a Ceccanti.

E invece no. L’intenzione degli organizzatori mi sembra essere stata quella di indirizzare in un determinato modo il dibattito. Cioè il monologo, dal momento che non erano previsti commenti e domande dai presenti in sala.

Mi soffermo in particolare su quanto detto da Antonio Funiciello. Ha esordito con una citazione del “Che fare?”di Lenin. Incipit che, come lui stesso ha detto, stupisce chi lo conosce bene. E infatti mi ha stupito. Dopo una premessa storica si è giunti alla vera questione principe: la funzione del Partito Democratico oggi, nell’epoca della fine dei partiti di massa e dello sviluppo delle leadership personali. Ben presto si affronta il tema delle primarie e, sebbene ci sia una critica per quelle riservate ai segretari regionali, considerate una distorsione tutta italiana dell’originale modello americano, ci si avventura nella strenua difesa delle primarie aperte a tutti gli elettori.

Funiciello considera oziosa la domanda di chi mette in dubbio il ruolo della membership, la base di iscritti in pratica, di fronte alle primarie aperte, che si abbia una tessera o no in tasca. Io continuo a pensarla diversamente: a furia di volersi aprire al miraggio della società civile si rischia di aprirsi agli elettori del centro-destra, minando alla base la nostra espressione di una politica di centro-sinistra, fin nella guida del partito, ai diversi livelli territoriali.

Infine, sulla scia della stessa argomentazione, Funiciello arriva a porre in dubbio l’esistenza della giovanile di partito stessa, come in passato aveva fatto proprio segretario Renzi. In una formazione politica aperta, come il Pd di Renzi, ha senso avere un’organizzazione che mira a rappresentare i ragazzi dai 13 ai 29 anni?

Ora, io Funiciello lo conosco da tempo. Già dieci anni fa, ero segretario della Sinistra Giovanile del mio paese, mi disse di lasciar perdere i giovani e dedicarmi al partito direttamente. Oggi, invece, mi trovo a fare il segretario di un circolo romano dei Giovani Democratici, segno questo di ciò che penso sull’opportunità di avere un gruppo rappresentativo delle istanze di chi ha la mia età o molte primavere in meno.

Come lui stesso ha dichiarato, non si tratta di ragionare sul limite di 29 anni per farne parte (la sua proposta è casomai quella di abbassare la quota). Si tratta di riflettere sul cambio doveroso di una struttura che forse è rimasta ancorata ad una società giovanile lontana da quella attuale. Oggi i Giovani Democratici, grazie al contributo di Andrea Baldini e Alessandro Amoroso a livello nazionale, di Guido Staffieri e Simone Guerzoni a livello capitolino, si trovano a riflettere su stessi, su come la giovanile debba rinnovarsi e stare al passo con le rivoluzioni epocali che noi, seppur “ragazzini”, abbiamo vissuto, subito o promosso.

Ma non si mettano in discussione le ragioni di esistenza della giovanile. In un partito che è sempre meno consistente, in cui davvero ci si chiede se ha senso avere un’organizzazione strutturata, almeno i giovani continuino a costruire un futuro dando un senso alla storia. Diamo ancora un motivo ad un adolescente di avvicinarsi alla politica e fargli capire che l’interesse e l’impegno in un partito è il primo passo verso una cittadinanza più attiva. E, mi si permetta, serve ancora oggi una formazione di giovani, in una società e in un partito in cui lo scontro generazionale non si risolve affatto a suon di mere e ingiuste rottamazioni.

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